Showing posts with label storie. Show all posts
Showing posts with label storie. Show all posts

Thursday, November 20, 2008

BrandaMaglia.2: la Fiasca

L'Età del Ferro fu poi la più dura:
i ferri erano armi, cui si metteva mano.
Si mettevano a ferri i delinquenti,
pazienti sotto ferri e così via.
Si infilavano ferri persino nei letti:
come antenne per captare sogni ferrei,
che irrigidivano pure il riposo.


Ho rimesso mano al ferro, che si cava da reti di letto rottamato. Di preciso, non saprei com'è successo. Forse un motivo abbastanza preciso fu lo sgombero forzato dall'Aula Sacramento (LINK). Costretto a smantellare i telai da tessitura della Facoltà di Tessere, avrei limitato la mia facoltà di tessere a quel piccolo attrezzo, riciclato e portatile, che è il celebre ferro da BrandaMaglia (LINK).



Potrei dir anche di aver ripreso il ferro per infiascarci le dame o damine da vino (cioè i bottiglioni in vetro da 5 lt.) e per inventarmi un certo interscambio con l'agri-futurismo dei vinificanti (LINK). Per ricevere cioè, una dama nuda, ma piena di vino, in cambio di una dama desolatamente vuota e però, rivestita in BrandaMaglia antiurto. Come si sa (o si dovrebbe sapere) il flusso vinifico agri-futuristico va anche a fluire dentro alle dame. Queste sono in generale, assolutamente fragili, non appena denudate del rivestimento. Come si sa (o si dovrebbe sapere), le dame sono in genere dei meri recipienti "usa e getta" per il vino o per l'olio commerciale, e sono rivestite alla meglio con una fune di carta che imita la Scarsa, che sarebbe la pianta fibrosa dei fiaschi tradizionali. Però quella moderna funicola cartacea non è affatto intrecciata ma è solo incollata alla svelta sul vetro.

E quando tale dama non finisce al cassonetto (differenziato magari), ma la si ricicla immediatamente, sciacquandola e riempiendola di vino assai migliore, il rivestimento sommario si distaccherà ben presto, lasciando la dama completamente nuda ed esposta ai colpi dell'avversa fortuna (come direbbe Shakespeare) sicché, porka madoska, la damina te se scoccia (come dicono altri). Si danno pure in vendita certe dame vergini e intatte da vino. Son rivestite in plastica con impressioni di presso-fusione, ispirate a quegli intrecci dei fiaschi d'una volta: è un compromesso artistico tra stile e design. Ma pure queste vestine di plastica durano poco e, ri-porka madoska, se ri-scoccia la damina.

Ho rivestito a BrandaMaglia qualche dama (che è da allora in FiascaMaglia) con spago da presse. Come si sa (o si dovrebbe sapere) è quello spago agricolo in polipropilene che serve a legare le balle (o le presse) di fieno. Se ne trova di vari spessori, pare migliore quello da roto-balle, che può meglio trovarsi di seconda mano. Perciò è già sezionato a misura del diametro di roto-balla e con certi nodi duri da sciogliere. In compenso, si trova di vari colori, tutti piuttosto brillanti, così che la sequenza dei fili segmentati provocherà certi effetti cromatici in FiascaMaglia. Insomma, c'è già un'arte nelle cose: la famosa coincidenza organizzata o spontanea poesia della natura.

Poi, vedi caso o necessità, ho vestito le dame anche di Sisal, che la fibra vegetale ricavata dall'agave omonima e che anticamente legava le presse, prima di questo spago moderno in polipropilene. Se qui, per esempio e per l'amor di Dio, un critico d'arte moderno si distogliesse dal senso e valore di un teschio rivestito in diamante, intitolato appunto "Per l'amor di Dio" e battuto in asta a Sotheby per cinquanta milioni di sterline... persino quel critico coglierebbe qualcosa di nuovo, ed insieme di antico, e così troverebbe magari una chiave di accesso alla rete (rete appunto però concettuale) dell'universo agri-futuristico. Per le armi della critica, varrà precisare che, nel caso delle dame in FiascaMaglia, pure lo spago in sisal, come già quello in plastica, è a tutti gli effetti un "object trouvé", come dire che è un oggetto trovato senza troppo cercarlo e, soprattutto senza comprarlo. Pure la FiascaMaglia in teoria, non si compra né vende: è soltanto ceduta contro dono di vino equivalente... Il che aggiornerebbe pure, oltre alle armi della solita critica, anche la critica delle solite armi.



Un terzo motivo di questo "BrandaMaglia revival" sarebbe a suo modo, meno materiale dei due precedenti, cioè dello sfratto e del vino. "It has something spiritual", come dicono gli Ewe quando parlano inglese. Ecco che allora, al tempo delle origini, delle prime avventure fiorentine di BrandaMaglia, troppe reti da letto si recuperarono grazie al netturbinaggio dell'anarchico Signori, Enrico che è appena defunto e c'è pure il funerale su YouTube (LINK). Scusate se ne accenno spudoratamente, ma certi morti insigni si può farli sopravvivere, anzi si deve, nel retaggio da essi ispirato. Ora è come se da Enrico io avessi ereditato quel mucchio di ferraglia, cioè le reti occorrenti per centinaia di ferri da BrandaMaglia. Non riciclare tutto questo materiale, non farlo circolare e utilizzare, sarebbe un peccato davvero, soprattutto per un laico con certi valori. Ma questo sarà il tema della prossima lezione: "Brandamaglia Avanzata" oppure ".3" (punto tre), ove andranno rivestite le dame in carne ed ossa e pure i cavalieri ardimentosi. Dunque adesso come allora: brande al popolo.

Friday, June 06, 2008

il progetto "Archivio e Facoltà"

Tessere tutto, tutti e dappertutto
Come nacque il progetto "Archivio e Facoltà"
in collaborazione con Archivio Bonotto

"Bello come l'amplesso
di un ombrello e una Singer
sopra un tavolo anatomico."
(Lautréamont, Canti di Maldoror)


Nell'estate del 1998, tessevo nel parco di mostri dell'arte contemporanea, che sarebbe il Giardino di Daniel Spoerri in Toscana. Ci avevo montato la tenda di Global Home, che non era soltanto una installazione. Era anche un cantiere di arte pubblica con due telai da tessitura a mano, costruiti con ferraglia recuperata da una discarica Coop: ganci da carne, carrelli da spesa, scaffali e così via.

Nel giardino dei mostri, ci si tesseva a mano un enorme tepee indiano. Ci faceva anche tessere il pubblico, riciclando recuperi più o meno tessili: indumenti anche intimi, lacerati ed integri, fili elettrici, tubi flessibili, balocchi che i bambini offrivano al tessuto. Così la tenda di Global Home è un tessuto
intriso di feticci: ci sta pure una cravatta di Assessore, sacrificata all'inaugurazione, ci sta pure una canna da passeggio che Daniel Spoerri infilò nell'ordito, sfidandomi a tessere anche quella... e per farcela entrare, dovetti segarla.

Un bel giorno, lo Spoerri mi porta la merenda con l'annuncio che gli sono arrivate certe balle di stoffa da sbrindellare, per tessere il tepee di Global Home. Quelle balle di stoffa erano inviate da un certo Luigi Bonotto, che non conoscevo affatto. Lui invece, a me sì: era mio collezionista già dall'85, quando aveva trovato a Milano, da Alberto Schubert, certi miei televisori tessuti a mano, che erano pure morbidi cuscini, tessuti apposta per riannodare quel filo interrotto che collegava il tatto e la visione.

Ma poi solo nel 2000, mi arriva il Bonotto in persona, sotto la tenda di Global Home, che avevo trasferito alla festa di Montecio Rock, dopo vari incongrui accampamenti. Tra cui: un cimitero germanico monumentale dove, tra gli altri, ci sta sepolto Boehme, il calzolaio e mistico zen, che ispirò l'idealismo tedesco. Fra i lussuriosi angeli barocchi dal sesso francamente indiscutibile, si tesseva tanto bene in cimitero, che ci ho poi invitato a tessere pure Mensa Kpodo, Tessitore di Klikor nel Ghana. Allora costruimmo il telaio tradizionale africano con le assi e le viti dell'Obi (Hobby Legno germanica).

Ma tornando a Montecchio nel frastuono dei concerti, Bonotto si diverte a rintracciare le zone del tepee di Global Home dov'erano inserite le sue stoffe lacerate. Ora scopro che Luigi, oltre che collezionista dell'estremismo artistico contemporaneo, oltre che prestigioso imprenditore tessile, è pure artista in proprio e tessitore a mano. Mi è dunque collega, è anche lui in equilibrio sul filo sottile che è teso fra l'estetica e la funzionalità.

Sul filo fra estetica e funzionalità, ho tessuto di recente dei "tappeti scendibagno" (o "quadri lavabili" in lavatrice), con l'intenzione appunto, di infiltrare l'arte nell'ambiente quotidiano dei bagni, stabilendo contatti con i piedi nudi. Stavolta tessevo su un curioso telaio a pedali fant-archeologico-industriale, che fu assemblato anticamente dal Tessitore Enea d'Arcidosso, con legni ed ingranaggi di recupero. Chiamai "Re-Jeans" le mie bellezze al bagno perché dentro a quei tappeti ci riciclavo i jeans. Il tessuto di brandelli non è di mia invenzione ma è una forma popolare di arte, sia classica che contemporanea. Purtroppo questi artisti sono ammessi a poche gallerie ma Gebhart Blazek, gallerista in Vienna, sta organizzando una storica mostra.

Mi sono poi buttavo sui sedili d'automobile, con il solito obiettivo infiltrare l'arte in un altro ambiente quotidiano: quello dell'auto. Ho tessuto così, dei "Cop-Rici-Sedili", per i quali ri-ciclavo il telaio di una branda, ricavandone un telaio da tappeti tradizionale dei nomadi. Anche loro lo farebbero un telaio così, se trovassero le brande abbandonate ai cassonetti dell'immondizia. Purtroppo i poveretti non hanno cassonetti: trovano al massimo lavagne scolastiche da progetti falliti di educazione e le riciclano come telai.

Neppure il tappeto coprisedile, fu mia invenzione: confesso di averne già visti in Magreb e in Nepal, sia annodati con gli stracci, come me, che annodati con lana originale. Salva in eccetto, l'attuale parentesi storica e il suo sedicente design, la presenza dell'arte negli arredi e negli attrezzi quotidiani è di norma in qualsiasi civiltà. A proposito, i miei coprisedili stanno benissimo anche in poltrona e in sala da pranzo, oltre che in macchina e dentro ai musei.

Poi rivedo Bonotto a Valdagno, nello storico centro di tessitura. Qui c'ero capitato per la Notte dei Musei, pwe tessere il Kente su un telaio africano tradizionale, da me ricostruito in filagna di castagno: insomma, con dei pali da recinto imbullonati. L'arte del Kente è è troppo evoluta per l'attuale Uomo Bianco. Io però modestamente, fui ammesso alla più prestigiosa corporazione Kente del mistico centro di Klikor, in Ghana. Ho anche il nome iniziatico di "Tessitore del Secolo"... non forse del secolo attuale, però mi consolo: anche Nietzsche fu inattuale.

Ciò importa poco, nell'economia del cosmo. Torniamo a Valdagno e Marzotto, dov'è giiusto arrivato Bonotto, il Luigi. Ce ne andiamo al Museo delle Macchine Tessili, per commuoverci di fronte agli assemblaggi meccanici del Tessitore Castegnaro. C'è un orditoio a botte, creato con la culla del figliolo e con le ruote della sua propria bici... se gli oggetti hanno un'anima, anche questa trasmigra. L'orditoio sembra quasi un'opera di Tinguely ma non è affatto una "macchina inutile". Infatti non si limita a significare: funziona e produce egregiamente. sul quel solito filo fra estetica e funzione.

Prima ch'io torni alla Facoltà di Tessere (in Umbria, a Porchiano del Monte), Luigi mi ha riempito la Opel Kadett con i suoi campionari di stoffe. Le ficcava tra i pezzi di un gran telaio sardo per tappeti, già raccattato a Nule, in provincia di Sassari, dove i subbi (o diciamo anche: i rulli) si chiamano "binarius" perché io credo che anticamente, lì saccheggiassero le ferrovie per farsi i telai. Quelle stoffe di Bonotto son campioni a "fazzoletto": sono come dei mosaici con centinaia di varianti cromatiche e di armatura, tra cui lo Stilista ne fa ritagliare una: quella che andrà in produzione con la sua firma. Questa è la Moda, tesoro, non puoi farci nulla.

Giunto a Porchiano, ho sezionato a strisce una "fazzolettatura". L'ho sforbiciata sul parapetto delle mura medievali, perché non disponevo di un tavolo lunghissimo, dove potessi distenderla tutta. La stoffa sforbiciata diventerebbe "trama" però, si capisce che occorre anche un "ordito"... e l'ho tirato sempre alle mura, perché c'è tanto spazio a disposizione. Poi si capisce, ho armato un telaio: quello in legno di gelso, che lo fece il Bottaio di Montevarchi al tempo dell'ultima (si fa per dire) guerra mondiale, perché all'epoca ci fu una grande crisi di stoffe industriali. Sicché il Bottaio rifece un telaio, e lo rifece in legno di gelso perché la seta non interessava più e di conseguenza, neppure quei gelsi che foraggiavano prima il baco da seta. Perciò il legno di gelso per rifarci un telaio. Ma gli ifece il pettine in ciliegio perché battendo, ha da essere più duro: "Tumb! Tumb"! Ma chi è F. T. Marinetti? E qual'è la poesia delle macchine? C'è un grande passato nel nostro futuro, viva l'agri-futurismo!

Insomma, in quel telaio del Bottaio, ci ho infilato i miei filini uno per uno, con la cosiddetta pazienza infinita del Tessitore. Pazienza così detta da chi non può sapere quanto invece, lui goda e si rilassi, attingendo le radici antropologiche dell'ossessione, della libidine e della ragione... la quale diciamolo, è proprio il telaio: senza telaio non c è flosofia, lo ha compreso anche Goethe, sebbene lui sia un classico, Alla fine, ho tramato le mie strisce di stoffa, in modo che ciascuna restituisse la sequenza cromatica originale dei fazzoletti campione. E' banale, lo so: non mi sforzo di creare, volevo vedere soltanto che cosa potesse succedere. E che infatti poi succede, con il mio immodesto contributo... diciamo di Artista o di Tessitore?

Così ho tessuto il primo tappeto (quadro, arazzo... non saprei), con i campioni di Archivio Bonotto. Il tappeto (quadro, arazzo... non saprei), mi sembra una stupenda coincidenza organizzata: è più bella che l'incontro dell'ombrello con la macchina a cucire. Perché un tavolo anatomico è più brutto del telaio: in questo c'è più vita... Mi consenta, Lautréamont.

Monday, May 05, 2008

Arte Pneumatica

TESTO

Non vanto affatto di avere inventato l'Arte Pneumatica. Ho solo dato un nome a quell'antica pratica di riciclare le gomme da ruota: per trasformarle in sandali, in secchie da pozzo, fioriere, balocchi e preservativi per vario bestiame. Be', si consenta qui un breve intermezzo polemico (o magari politico, per meglio dire). Se un ciabattino Africano trasforma in scarpa un vecchio copertone, si parlerà al massimo di "design miserabile". Se invece, a un Artista, gli riuscisse di fare lo stesso, apprezzeremmo subito il suo ardito gioco concettuale, tra locomozione meccanica e umana: la gomma che era suola per la ruota, oplà, che ti diventa un pneumatico da piede. Ciò sarebbe un sublime pensiero, mica basso artigianato... ma quello o quella che contemplò per primo il nido degli uccelli, o la ragnatela, e che poi, stravolgendo la loro struttura, fece esplodere dal nulla la prima tessitura, non era lui forse (o lei, non importa), un artista ispirato? Ci dicono no. E' un "no" che sostiene anche Pablo Picasso, con motivi fondati ma non tutti confessabili. Insomma Picasso ci dice : "non importa cosa faccia un artista, ci importa soprattutto, lui, chi è"... e non stiamo a riverire quei selvaggi, piuttosto copiamoli, se ci conviene.

Fine dell'intermezzo polemico e politico o filosofico, addirittura (chi voglia approfondire, può rivolgersi a "I Dialoghi di Porchione", disponibili in formato PDF).
Ora, attenzione: continua l'Artista! Che ci racconterà? Ci svelerà i segreti della sua creazione? Silenzio, ascoltatelo con reverenza! Se non arrivaste all'altezza di comprendere, la sola reverenza vi conforterà. Shhh!

>>> FOTO

I miei lavori di arte pneumatica non sono nati da un preventivo interesse per il materiale. Mi ero appena inventato il giunto di Ling, che è una parola d'incastro tra link e ring (in Inglese: legame ed anello). Questo Ling è come un nodo, che collega tra loro degli anelli flessibili, creando così delle reti tridimensionali: strutture topologiche, così si potrebbero dire. Certo, i pneumatici sono pure elastici e le officine te li regalano. Affettandoli come salami, si ottengono centinaia di anelli. E tutto a costo zero, col plusvalore di andare tra i meccanici a farsi regalare dei rifiuti, altrimenti soggetti all'imposta sul tossico.

Ho così realizzato una rete piramidale più alta di un metro, per quanto ogni misura sia qui sempre elastica e dunque difficile da precisare. Questa rete si comporta purtroppo, come un mollusco: non si regge in piedi da sé. Perciò le ho costruito un esoscheletro con certe canne in plastica per gli ortaggi rampicanti. Poi sono andato a trovare un amico, collezionista artistico di astruserie. Gli ho montato lì per lì la mia piramide, con grande effetto ma con scarso successo, perché lui non l'ha comprata. Peccato, perché quella fu davvero una performance irripetibile ma destinata all'oblio. Infatti, la rete piramidale poi trovò un altro mezzo per reggersi in piedi, mentre le canne tornavano all'orto, per farci rampicare i fagiolini.

L'evoluzione artistica della piramide, da allora, imbocca un'altra via. Mai più di esoscheletri rigidi ma invece: un endoscheletro pneumatico, concettualmente molto più pulito. Mai più di performance privato-commerciali ma invece: performance in pubblico e no-profit, che improvvisavo in zone autogestite, fra lazzaroni anarchici da Centro Sociale. Gli facevo gonfiare tanti palloncini, che poi ncastravamo ordinatamente, in ogni reticolo di tutta la rete. Procurata così l'erezione della piramide, la si lanciava in pista, addosso chi ballava. Così, senza sforzo, si creava un gioco di rimbalzi, lievemente più gentile del tradizionale ballo a spintoni. Poi va tutto sotto i tacchi degli anfibi, finché non scoppia l'ultimo dei palloncini. Sopravvive un informe groviglio di gomma, che però è sempre l'anima o la struttura della piramide, risuscitabile per un'altra performance (si accettano inviti retribuiti anche da scuole, discoteche e musei).

Con lil solito sistema dei nodi Ling, ho poi fatto una veste per donna di gomma, che misi addosso a una bambola gonfiabile: così ne esaltava la carica erotica. Con la bambola a cavallo della bici, partecipavo a Critical Mass. Concettualmente, era ineccepibile, perché la veste era in roba da bici. Al Museo del Tessuto di Prato, mi porto la bambola sopra le spalle, nascondendomi sotto come in un burqa. Allora il Direttore del Museo dapprincipio, non mi riconosce però dopo mi fa i suoi complimenti.

Ho collegato anche gomme intere, senza affettarle come dei salami: già il pneumatico è un anello di per sé, è un macro-anello, per così dire. Qui usavo solo le gomme da bici: perché sono più elastiche leggere di quelle da automobile, ma fino a un certo punto, come si dirà. A parte certi ambienti spregevoli, e un Goethe Institut Inter Nationes, ho infestato in tal modo anche la corte di un palazzo medievale. Naturalmente, fece un effetto orrido a tutti fanatici delle antichità. Però tutti entravano in quella ragnatela, si appoggiavano, la facevano vibrare. I bambini, entusiasti, collaudavano fino allo spasimo, la tenuta della tenso-struttura. E qui l'Artista gode come un ragno.

Poi siccome nella vita, sarei anche tessitore, ho infilato le gomme, come trama pneumatica, dentro l'ordito di un telaio a mano. Così nacque un kimono ciclistico: il famoso "Bikemono", tutto tessuto con lgomme scoppiate di bicicletta, oltre a un nastrino di trina bianca, per la bellezza della decorazione. La triennale del Kimono poi non lo ha voluto ammettere ma il suo unico difetto è che pesava venti chili. Non mi ancora riuscito a trovare un ciclista che lo voglia comprare, neppure in Giappone, dove i kimono avrebbero mercato. Sicché ho dovuto affidarlo in custodia al Segretario Politico del PCI (Partito Ciclista Italiano), perciò si capisce quanto è poco al sicuro. E anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.

Visto che ormai, mi ero rimesso a tessere, ho cercato di costringere le gomme a fare da ordito, oltre che solamente da trama pneumatica. Era quasi una sfida professionale, che richiedeva un telaio particolare. Proprio allora, per pura fortuna, ero stato invitato a insegnare, in qualche modo, la tessitura in un Istituto Statale d'Arte (dicesi ISA). Così utilizzo gli stessi studenti come fossero elementi di un telaio: questo è il cosiddetto "telaio umano", che certamente non ho inventato io né, certamente, una Paola Besana: già a me fu descritto come un'antichità negli anni '70 del secolo scorso:L'ho riproposto senza vergogna e che male c'è? Non c'è mica brevetti! Questo Telaio Umano, probabilmente, risale agli Egizi, altrimenti sarebbero inspiegabili i tessuti giganteschi rinvenuti, che gli Egizi tessevano, evidentemente, per vestire le statue degli dei. Anche questa è un antica abitudine (che, a mio modo ripresi, come in parte e più oltre, si vedrà).

Con gli studenti del mio Istituto d'Arte, invece si tesse un'amaca pneumatica ma siccome poi loro l'adoperano come una fionda a proiettili unani, dovrò appenderla più in alto, perché nessuno più arrivi ad entrarci, né a farsi fiondare e sfracellarsi. Così la povera Amaca Pneumatica non fu mai più veramente un'amaca: restò lassù sospesa tra due colonne rinascimentali, nel venerndo chiostro dell'Istituto, senza accogliere più corpi in sospensione, solo cavilli estetici d'interpretazione per il deambulo dei Professori. Poi la ex-amaca, che fine avrà fatto, dopo la fine dell'anno scolastico? Ma anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.

Con lo stesso sistema del telaio umano, e con le gomme delle biciclette, ho fatto poi tessere un paio di brache per il celebre David di Michelangelo. Dato che all'epoca, abitavo in Firenze, che è una città tanto ossessa dal David che te lo spaccia come posacenere. Onestamente, non ne dovrei parlare, perché si tratterebbe di un lavoro anonimo e di Arte Pubblica, nel suo senso migliore. Ciò non ostante, un prestigioso magazine (Cronaca Vera) mi dedicò, all'epoca due pagine, con la foto di me pieno di gomme, di fronte alla statua del David, e il titolone: "SPERIAMO NON LO ARRESTINO".

La Critica ottusa ritiene questo lavoro come un' opera fallita, perché in effetti non fu mai mai portata a termine ma soltanto tessuta parzialmente sulle pubbliche piazze di Firenze, approfittando di varie situazioni, variamente legali. Tanto meno, quest'opera incompiuta, fu mai indossata ancora dalla celebre statua del David. La Critica più acuta invece riconosce il valore autonomo di questa operazione, indipendentemente dall'opera finita, perché l'opera, in fondo é la via ("das Werk ist der Weg" o "der Werk ist das Weg" accidenti a Paul Klee): la Via comunque e non il Percorso, perché questo sarebbe tracciato in anticipo. I frammenti delle Brache per il David sono pure affidati in custodia al Segretario Politico del PCI.

EPITESTO

Tutto quanto precede fu scritto per il banale impulso di una giornalista, che aveva da fare un suo pezzo su qualche smemoranda eposizione di Arte Pneumatica, sponsorizzata anche da Pirelli. Sì: l'Arte Pneumatica che, lo ripeto ma modestamente, ho battezzato io con questo nome. So bene che il mio scritto qui di sopra può funzionare al massimo nei taglia-e-incolla da tesi di laurea e che invece, è davvero inadatto al fru-fru femminile del giornale in questione. Ma serenamente, mi sono esposto al massacro testuale, senza pretendere versioni integrali, per altro inaccettabili persino su Flash Art o su qualsiasi ogni altra rivista di sedicente arte, laddove ogni testo appartiene ai Critici mentre agli Artisti, nel migliore dei casi, appartengono soltanto le figure. Ho i miei motivi, saggiamente politici, per farmi saggiamente dilaniare oppure ignorare, come è assai più probabile.

Il motivo principale è che il neoprene è fotosensibile cioè si degrada alla luce del sole e pure a quella delle lampadine. Sì, il neoprene: è il derivato del petrolio che ora si usa per fare pneumatici, mentre l'antica gomma di caucciù, quelloche cola negli scodellini giù per gli alberi delle piantagioni, oggi la trovi più al massimo, nei preservativi o nella gomma da masticare. Perciò, ogni opera di arte pneumatica (a parte quella in preservativo, che anche di questa ne ho fatta però qui non c'entra) è destinata a distruggersi in tempi brevissimi, a meno che non stia nel buio del caveau di una banca, nell'attesa di un giudizio o esposizione universale o, forse meglio, di un'asta da Christies.

Nel frattempo, mi par giusto di fare circolare in qualche modo, anche sui settimanali femminili, questa piccola avventura. che è a mio giudizio, piuttosto banale... però è sempre meglio che niente. Come ci insegnano i Situazionisti: "quando una società distrugge la possibilità dell'avventura, resta una sola avventura possibile, che è la distruzione di quella società". Purtroppo, non avevano capito che certe società si distruggono da sole. E l'avventura è altrove, come è sempre, la vita. Buonasera, Rimbaud!

Sunday, May 04, 2008

Tappeti, automobili e sedie

note a margine di Cop-Rici-Sedile

Sul finire del secolo scorso, mi recavo nel Nepal per rintracciare un brigante di Venezia, e tintore di lane con erbe himalayane, che tesseva degli splendidi tappeti a Katmandu, all'insegna de Fontego (o fondaco) dei Tartari. Uscito di aeroporto, entrai in un taxi che aveva sui sedili dei piccoli tappeti, annodati a mano. Lo interpretai come un fortunato auspicio ma poi mi resi conto che questi tappetini stanno proprio dentro tutti i taxi nepalesi.
Vent'anni dopo, arrivo nel Sahara algerino e cii trovo altri tappeti nei ai fuoristrada dei profughi-autisti Saharawi, che mi portano a tessere per un nefando progetto di cooperazione (LINK).
Prima ancora di incontrare autisti Nepalesi e Saharawi, ho avuto mio padre che, di mestiere, stava molto al volante perché faceva il rappresentante. Il suo ambiente intimo, molto più di casa nostra, era la sua adorata automobile che, anche lui, decorava con curiosi accessori. Sicché, quando mio padre prese atto che questo suo figliolo appena laureato faceva il tessitore e non il professore, mi chiese di tessergli un bel tappeto per il suo sedile di guida.
Insomma, questa idea di infilare i tappeti nelle automobili non è davvero una novità. Certamente, in origine il tappeto sta in terra perché fu inventato da gente che sedeva per terra. Poi, non si legge come né perché, anche i popoli europei (che siedono più in alto, cioè sopra dei sedili) introdussero i tappeti nel loro arredamento. Azzarderei a scrivere un'ipotesi arbitraria ma che trova riscontri documentali negli archivi delle antiche sagrestie. Presumo che il tappeto fu introdotto in Occidente come un arredo sacro per gli altari della chiesa cattolica romana. Certamente, nell'iconografia dei tappeti orientali, si risconta ben poco di cristiano. Ma forse, ai Cristiani, gli tornava anche meglio così: non si calpestano i simboli sacri, è sacrilegio! E infatti, ogni croce fu ben presto bandita dai pavimenti a mosaico paleocristiani.
D'altra parte i Nipponici, astutamente, imponevano ai mercanti europei, che volessero sbarcare e commerciare nei loro porti, di camminare su immagini sacre del Cristianesimo. Così i Portoghesi cattolici non ebbero accesso al Giappone. Mentre invece gli Olandesi protestanti, che non tenevano ai Santi ed erano molto più tolleranti, passeggiavano tranquillamente sulle icone cristiane, intraprendendo fiorenti commerci con il Giappone. Poi oggi si parla di "civiltà moderna dell'immagine" come se fosse una gran novità... mentre invece l'immagine è proprio la radice di ogni civiltà.
Tornando alla questione del tappeto, può darsi che questo arrivasse in Europa con il bottino delle Crociate e si destinasse agli altari di chiesa ma pure ai palazzi dei Nobili. D'altra parte, i Re Cattolici che invasero la Spagna, non vi estirparono insieme con l'Islam pure l'arte del tappeto, che invece continua a fiorire per secoli, con gusto europeo, fornendo di arredi preziosi gli aristocratici laici ed ecclesiastici.
Poi si arricchisce anche il Terzo Stato, la famosa Borghesia, che finalmente avrà la facoltà di adottare i costumi e gli arredi dell'Aristocrazia, sempre da essa invidiata ed ammirata per la sua raffinata e lussuosa cultura... una cultura talmente raffinata da includere i tappeti orientali. Si espande così, in Occidente, la cultura del tappeto... fino alla odierna Ikea, dove si serve pure il Quarto Stato. Così oggi, il tappeto può infilarsi in ogni casa popolare. Mai nessuno qui, però ci si siede, perché prevale l'uso inveterato dei Nobili, che il tappeto avevano adottato, non l'uso dei Nomadi che l'avevano inventato.
Ammesso tutto questo, torniamo alle automobili, alla ricerca di qualche mediazione. L'automobile è sacra: è il massimo altare dell'attuale civiltà, che ammette e giustifica i sacrifici umani degli incidenti automobilistici e, ipocritamente, li chiama: incidenti stradali... come se fosse la strada ad uccidere e non le automobili. Così oggi, occorre infiltrare un tappeto artigianale nell'ambiente sacro e industriale dell'automobile: è un atto politico fondamentale! Ciascuno di questi tappeti bisbiglierebbe qualcosa di nuovo (e insieme, di antico) all'occhio e alle natiche di chi ci siede sopra: la tessitura è un fatto culturale ma la cultura è un fatto quotidiano. Non è sufficiente sostituire i quadri con degli arazzi tessuti:
nel ristretto ambito dell'arte, già si può quasi infiltrare di tutto, ma è assai più complesso ed ambizioso infiltrare gli ambienti quotidiani.
Oltre ai sedili automobilistici, occorre di occupare con dei piccoli tappeti anche i sedili statici: che siano questi privati o pubblici, domestici o pure ufficiali. Si dice che un amore straordinario può innalzarci 3 metri sopra il cielo. Intanto l'uomo bianco, e anche l'uomo di colore candeggiato, siedono sempre a qualche decimetro sopra il livello del suolo. Peggio ancora: si siedono a tavola nascondendoci sotto più di mezzo corpo: la cosiddetta metà inferiore. E' così che socializzano, convivono e stringono accordi internazionali: seduti attorno un tavolo ma sotto sotto, e segretamente, gli sporcaccioni si fanno "piedino". Se per caso, al di fuori della spiaggia, dove è lecita persino la nudità del piede, si incontra per caso qualcuno di aspetto civile che sieda per terra, viene spontaneo chiedergli se non stia facendo yoga o qualche altra esotica meditazione.
Si può anche sorridere anzi, si deve... ma senza tappeti, come fate a volare?

Thursday, March 13, 2008

Brache per il David




Il settimanale trucido-popolare Cronaca Vera aveva scoperto su Internet "il tessitore che veste i monumenti riciclando spazzatura". Ci avrebbero fatto volentieri un articolo. Così, una giornalista di Cronaca Vera mi telefonò, chiedendomi timidamente se conoscessi la sua testata. Risposi: "Certamente! E' l'unico giornale che compro in edicola, oltre al Vernacoliere". Così rinfrancata, la Giornalista riprese: "Allora Lei saprà che il nostro giornale costruisce, insomma, delle fiabe per raccontarle ai suoi lettori". Risposi: "Mi sembra normale, è quello che fanno tutti gli altri giornali."
La Giornalista aggiunse: "Però, la nostra linea editoriale racconta soltanto storie di personaggi sconosciuti. Perciò, se per disgrazia, Lei fosse in qualche modo, un artista famoso, non potremmo raccontarlo nella nostra storia". Risposi ancora: "Non importa la mia fama individuale, rispetto alla Storia.".
"Benissimo! Lei non avrebbe allora, in programma, di vestire qualche altro monumento, con la sua spazzatura tessuta a mano?". Siccome all'epoca vivevo in Firenze, ci giravo in bicicletta e mi interessavo di Arte Pneumatica, lì per lì improvvisai: "Certamente: un bel paio di mutande ciclistiche al David, tutte tessute con delle gomme scoppiate di bici."
Così nacque lo storico progetto "Brache per il David", che fu intestato al fantomatico IAP, Istituto Arti Pubbliche, garantendomi un sobrio amonimato: "Nell'affresco della Storia, mi intravedi sullo sfondo" (Luther Blissett). Naturalmente, la vestizione del David non fu mai realizzata e neppure, interamente, le sue brache di gomma. Naturalmente, questo non era affatto lo scopo.
L'obiettivo reale e primario era di tessere insieme per strada, con chi capitava, delle gomme da bici. Questo obiettivo è stato raggiunto in varie occasioni pubbliche, autogestite o meno, tra le quali c'è l'ambigua situazione registrata questo video. I frammenti delle Brache per il David, cioè i manufatti gommosi, che furono realmente tessuti nelle varie situazioni, stavano a Tessere Liberi fino al 3 Marzo 2008. Ma dopo, non saprei... scatenatevi ora, o collezionisti d'arte!
Lo scopo virtuale e secondario dello storico progetto "Brache per il David" era quello di infiltrare l'Arte Pubblica nel circuito politico-mediatico dell'Arte Ufficiale. Anche questo obiettivo è, in qualche modo, stato raggiunto. Vedi in proposito al sito dell' Istituto Arti Pubbliche

Friday, February 15, 2008

Thursday, February 07, 2008

La BenFinita di Tessere Liberi

ultimo tappeto a Tessere Liberi
L'ultimo tessuto di gruppo a Tessere Liberi

Quanto segue, veramente, dovrei dirlo al CPA in assemblea: a quel curioso espediente politico che combina al suo interno democrazia diretta, consiglio operaio dei soviet e qualche benedetta gerarchia tribale. Sia pure un espediente politico, quest'Assemblea, ma è davvero curioso e affascinante. E se dovessi ora, parlare in Assemblea, non credo che sarei tanto preciso. E' perciò che adesso, scrivo: per la precisione.
Insomma, io propongo questa iniziativa: "la BenFinita di Tessere Liberi". Tessere Liberi era il laboratorio di tessitura al CPA, che oggi non funziona più. Questo perché, il principale responsabile, che poi sarei io, se ne è emigrato in un paesello dell'Umbria per tramare una nuova avventura: la sedicente "Facoltà di Tessere". Non è che mi fossi sdegnato con il CPA, neppure con Firenze in particolare: é che non sopportavo di vivere in città... e nemmeno il mio precario "posto di lavoro". Perciò, dopo questa mia emigrazione, mi è impossibile di essere a Firenze nel laboratorio tessile del CPA: non sono ancora un santo con il super-potere della bi-locazione.
Se qui dovessi decidere io, direi francamente, che il laboratorio di tessitura va chiuso e (scusate la parola) sgomberato. Se invece magari, l'Assemblea decidesse di riservare il medesimo spazio a qualche attività più o meno tessile (per esempio: ho sentito desideri di Uncinetto e Sartoria, al CPA), ne sarei entusiasta. Anche perché molti materiali, come stoffe e filati, che adesso riempiono il laboratorio, si potrebbero utilmente utilizzare, invece che volarli al cassonetto. Che sarebbe, oltre tutto, un lavoro. In più, ci starebbe la sofferenza di condannare a un altro cassonetto certe cose magari riciclabili in qualche imprevista creazione... Non solo una creazione che sia, per forza, artistica, basta una creazione qualsiasi, beninteso: sempre autogestita.
Perciò la mia "ultima" iniziativa sarebbe: "la Benfinita di Tessere Liberi". Per una serata, vorrei invitare tutti gli amici, compagni, maestri, colleghi o discepoli, dentro e fuori al CPA, in un giorno preciso, al laboratorio di tessitura. Sarebbe un occasione per celebrare questi sei anni di attività che, insomma, hanno prodotto un libro o due, hanno coinvolto tessitori del Ghana, del Burkina Faso, e della Rebubblica Saharawi in esilio. Hanno prodotto, anche, qualche tesi di laurea e varie lezioni a studenti stranieri. Ci sono inoltre, varie opere tessute nel laboratorio, che poi finirono in grosse mostre d'arte, internazionali.
Si è rinnovata l'arte popolare di tessere con mezzi di recupero: costruendo dei telai tradizionali con i letti abbandonati al cassonetto. Poi ci abbiamo tessuto dei tappeti pure nel bar del Covo. Soprattutto, mi piace che il laboratorio abbia attivamente coinvolto (direi, quasi) il popolo, cioè varie persone che passano di lì: per il Centro Popolare Autogestito, per scelta o per semplice curiosità.
A parte il boom della Brandamaglia, che ha dilagato per ogni spazio del CPA, la tessitura nel laboratorio non fu certo, un fenomeno di massa. Però accontentiamoci delle avanguardie, per il momento. Rispetto alle Avanguardie (o così dette) si organizzò pure un festival artistico: il Fifofè o Fili Forme Festival. Non è importante tanto che quel Fifofè abbia coinvolto pure artisti importanti, quanto più importa che, tutti quelli artisti, insieme ai loro seguito di fan, partecipassero anche alla pantaguelica cena di compleanno dello stesso CPA.
E qui, vorrei innalzare una sentita lode a tutti quanti i cuochi del CPA che, forse, sono i più efficaci agenti sociali dell'autogestione. Come si sa, la parola "compagno" deriva dal Latino CUM PANE) e significa anche "chi condivide il pane". Si può di nuovo citare Bertholt Brecht: "Sì, Giulio Cesare conquistò le Gallie... ma non portò con sé nemmeno un cuoco?... Chi ha poi, cucinato la cena di quella vittoria?" Innalzo insomma, una sentita lode ai cuochi e agli sguatteri del CPA.
Al laboratorio di tessitura, si affiancarono poi le biciclette della ciclofficina "Brugola Rossa". Con l'avvento della ciclofficina, oltre che organizzare la coincidenza mensile di Critical Mass e il riciclaggio dei ciclo-rottami, l'arte tessile si applicò alla bicicletta: con "Bicichiotta" la bici pelosa, poi il Papaciclo d'oro e tappezzato in porpora (per irridere allo Stato Pontificio perchè, ancora, pure questo ci tocca). E poi la Bici Erbosa dell'artista americano, da innaffiare con cura tutti i giorni, salvo quei barbari che ci sparsero il sale, ma non importa: le biciclette arrivano comunque, sempre e dovunque.
Insomma, se n' è fatte belle cose, i questi sette anni di CPA. S'è fatto quel Presepe Animalista, con l' affettato di Gesùbambino e i santini in offerta per le povere bestie (in verità, neppure troppe offerte). Si riempì di palloncini la Piramide Pneumatica, per farla scoppiare alla festa dell'Anti-Natale, il che fu replicato per l'Anti-Capodanno. Tante cose iper-artistiche ma sempre sotto tono, senza infognarsi in qualche galleria, Si fecero poi vari costumi, installazioni o addobbi (natalizi o discotecari), e i francobolli dell'anarchico Pinelli "defenestrato dalla questura", mentre le Poste di Stato celebravano il suo boia Calabresi (per i filatelici, si produssero persino alcuni esemplari rarissimi di un fantomatico "Pinelli Rosa").
Si fece pure il progetto Boicoop Art, con lo IAP (Istituto Arti Pubbliche) e con più di cento opere di arte popolare. Quasi tutte queste opere, si crearono a tavola e alla buona: proprio come, si dice, fu scritto il Pantagruel da Rabelais. Però, con la sottile differenza che questa nostra tavola è la mensa di un Centro Popolare Autogestito, del 21° Secolo... non è la tavola di un nobilotto del 16° Secolo (perché questo era, in fondo, il compagno Rabelais). E con quest'altra sottile differenza: le cartoline della Boicoop Art, non le ha realizzate affatto un certo nobilotto del XVI secolo ma invece, tanti individui anonimi del secolo XX: cioè di nuovo, direi quasi il popolo. Di Boicoop Art, poi se fatta una mostra da marciapiede in viale Giannotti, con la banda dai Fiati Sprecati.
Insomma, grazie tante, in generale, al CPA. Molti dicono che i Centri Sociali Autogestiti sono dei centri di spaccio per le droghe illegali. Altri dicono che nei Centri Sociali si organizzano dei violenze e attentati terroristici. Altri affermano ancora che i Centri Sociali sono settari e che non concedono spazio a voci alternative. Io posso dire: non è vero quasi niente, perché ci sono stato sette anni. Quando ci ero arrivato, non conoscevo davvero nessuno, però mai nessuno mi ha impedito di fare ciò che desideravo e con chi desideravo... nel rispetto ovviamente, degli altri.
Se poi, me ne sono andato, questo è successo perché ero emigrato... come capita agli artisti, ai contadini e agli extra-proletari. Ma non sono dissociato né pentito dal mio CPA. Insomma, proporrei in assemblea quest'iniziativa della "BenFinita di Tessere Liberi". Che, d'altra parte, sarebbe anche una mostra, oppure una performance, una installazione di questo quasi celebre artista, che non ha affatto vergogna di esporsi al CPA. Ma che ne è, invece, piuttosto orgoglioso. Resterebbe da decidere la data.

Luciano Ghersi

P. S.
Resterebbe da decidere la data.

Saturday, December 08, 2007

Re-jeans 3: il testo critico

Bellezze al bagno in jeans riciclato
auto-critica dello Scendibagno

I cultori dell'arte contemporanea sono disposti ad accogliere le sovversioni estetiche o concettuali. Non tutti sono aperti a sovversioni esistenziali. Vale comunque la pena di tentare. Dunque attiro la loro pregiata attenzione sui miei ultimi lavori, chiamati Re-jeans o Scendibagno. E' una proposta in apparenza umile ma che, in sostanza, è sovranamente perversa. Di fatto, il mio lavoro è un tappetino vero e proprio, che può installarsi in un vero e proprio bagno, perché è funzionale, lavabile eccetera. Nondimeno è un'autentica opera d'arte, tessuta a mano artisticamente da un artista vero e proprio, contemporaneo e storicizzato, ovvero da me stesso.
Per creare o fabbricare i miei Scendibagno, ho dovuto fare i conti con la trama ribelle dell'opera, che consiste in vecchie paia di jeans. Le ho prima lacerate e poi tessute, come negli umili tappeti di straccio: i cosiddetti pezzotti. In più nella mia tessitura, ho fatto rientrare i peculiari intoppi materici di questi pantaloni: rivetti, passanti, cuciture ribattute. Ho accantonato le cerniere lampo... che mi riservo per qualche altra opera.

Alla fine, ho pure accantonato ogni forma di ascendenza pittorica, sia geometrica che figurativa. Sono persuaso che l'arte tessile (come ad esempio, l'arte della musica) implichi forme e linguaggi propri, perfettamente autonomi, e differenti dalla pittura (e più affini alla danza, caso mai).

Così, trama facendo, senza neanche volerlo, mi sono rivolto a certe forme cinetiche della tessitura, forme che direi universali, perché si rintracciano (più o meno percepibili) pressoché ovunque: dal Copto archeologico al Kilim anatolico. Non ho definito queste forme "cinetiche" perché siano mobili: hanno anzi, da stare ben ferme... altrimenti il tessuto si disgrega!

Queste forme sono invece cinetiche logicamente, perché sono originate da fili in movimento. Forme cinetiche che, nel mio caso, sono tracciate da strisce discontinue, ricavate da jeans differenti, sia per colore che per consistenza. Mettendo in moto queste strisce eterogenee, invece dei soliti fili omogenei, non più si campiscono zone cromatiche né più si delineavano disegni precisi.

Putrroppo, il Critico ingenuo rintraccia influssi di simboli arcani persino nelle forme cinetiche della tessitura. Eppure Derrida ci ha insegnato che persino "il pensiero non vuole dire niente", ma tant'è, si ricercano ancora i significati come canditi dentro a un panettone, quando invece si ha di fronte a un pandoro (che come noto, è privo di canditi).

E siccome non vuol dire proprio niente neppure il presunto disegno di un mio Scendibagno, proprio qui, modestamente, si distilla il tormento (e l'estasi) di un lavoro alle prese con le forze segrete della creazione. Una creazione che direi estetica, per non subire il destino del giovane mozzo, personaggio di Melvile (Moby Dick, capitolo XCIII): "Aveva visto il piede di Dio sul telaio, e lo raccontava. Per questo i suoi compagni lo pigliavano per matto."
Naturalmente, uno Scendibagno, si può anche incorniciarlo, appenderlo ai muri di studio, salotto e museo... e persino riporlo con cura nel caveau di una banca, in attesa che acquisti il suo autentico valore commerciale, oltre che culturale. A parte queste installazioni e fruizioni, artisticamente normali, Scendibagno, è pure applicabile direttamente su qualsiasi tipo di suolo o di pavimento, di accampamento o di appartamento. Si può inserirlo persino in automobile.

Nondimeno, il concetto originale di queste opere, nella sua integrità, imporrebbe di installarle in un vero e proprio bagno. So benissimo che, normalmente, le opere d'arte non si tengono in bagno ma è un altro grave errore culturale, nel quale i cultori dell'arte contemporanea non dovrebbero incorrere, a scanso di vergogna ed abominio. Infatti, il bagno sarebbe l'unico spazio di meditazione che sia rimasto all'Homo Civilis o ne è, certamente, lo spazio più frequentato. Perché dunque privarsi della compagnia e del godimento di un'opera d'arte, nei nostri consueti soggiorni nel bagno?

In effetti, l'atmosfera dei bagni è decisamente umida e mal si concilia con le tele dipinte. Ci starebbero meglio delle sculture (non di bronzo perché, quando si ossida, ne scolano umori verdastri) ma non sempre c'è spazio, in un bagno, per una bella statua di marmo. Lo spazio disponibile invece, c'è sempre per un tappetino. E difatti, un tappeto nei bagni, ci sta quasi sempre... ma esso è raramente opera d'arte: è piuttosto dell'Ikea. Purtroppo, i normali tappeti d'arte non sopportano gli energici lavaggi che sono imposti da motivazioni igieniche.

Il bagno è sì, il luogo emblematico della pulizia ma è insieme anche il luogo del sudicio, dal quale ci si lava, e dove si fanno vari conti con il corpo, piuttosto indecenti. E' ritenuto impuro sopra tutto, anzi al di sotto di tutto, il pavimento del bagno, perché si crede che il microbo stia in terra, per quanto leggero ed aereo. E figurarsi dunque, in un bagno, quanto alto sia il rischio della contaminazione, pure estetica magari... ma isomma: con l'igiene non si scherza..

Solo un'opera d'arte che fosse realmente lavabile potrebbe accedere al territorio impurissimo, quale sarebbe un pavimento di bagno. Ma tale è appunto il caso di questi Scendibagno perché, tessuti in stoffa di jeans, sono robusti e lavabili ad alte temperature... e non si rovinano anzi, migliorano.

Ci sono opere d'arte che aspirano alla conservazione e ci sono altre opere che invece, si perfezionano nella degradazione, Ad esempio, un pregevole tappeto sarà più molto più bello se usato e invecchiato di quando era nuovo. in questo giudizio, interferisce senz'altro, il famigerato carisma dell'autenticità. Per il quale carisma, una bisaccia sforacchiata e bisunta, ma usata realmente di autentici nomadi, è più pregiata di un più raffinato ma nuovo esemplare.

Per quanto riguarda i miei Scendibagno, occorre anche piuttosto riferirsi alla peculiare estetica della tela jeans: è una tela accresce di pregio con l'uso, decolorandosi in varie sfumature. Da cui l'aberrazione commerciale di produrre pantaloni invecchiati artificialmente, con appositi processi di decolorazione, di abrasione e di lacerazione. Del resto, pure i tappeti d'arte, vanno soggetti ad analoghe e premeditate aggressioni...

Tornando ai cultori dell'arte contemporanea, il possesso di un tappeto Scendibagno gli offre una inconsueta procedura per contribuire alla storicizzazione (invecchiamento e autenticazione) di queste opere. Poi essi avranno l'ulteriore privilegio di non leggersi sul water uno stupido giornale: avranno lì davanti sul tappeto una fonte inesauribile di informazioni e di suggestioni, da approfondire quotidianamente.

Finalmente, nell'arte e nel bagno, anche il piede vuole la sua parte. In questi preziosi momenti, quando anche l'Homo Civilis è totalmente libero da ogni calzatura, i suoi piedi potranno assaporare le superfici riccamente materiche di Scendibagno, che oltre tutto, dà un benefico massaggio.

Per tutte le sue ottime ragioni e funzioni, Scendibagno è destinato introdurre nella storia delle arti una nuova e feconda tipologia: starà a fianco del ritatto, del sonetto, della commedia, della sinfonia... Per questo non intendo affatto brevettarlo. Sono anche disposto a insegnare come si fa. "Sono contento quando mi copiano. Questo vuol dire che ho delle buone idee." (Bruno Munari).

(Porchiano del Monte, XII 2007)

Monday, May 14, 2007

La (mia) storia nella rete del Web



Recentemente ho cambiato computer, perché non mi riusciva più nemmeno di prenotare un biglietto del treno su Internet. Be', stavo ancora in Mac OS 8.6... che vergogna, vero? Con il nuovo sistema operativo, non mi funziona l'antico programma per creare i siti Web (usavo ancora Adobe Page Mill!). Di conseguenza, mi dovrei esplorare daccapo un programma tutto nuovo ma, sinceramente... ho già una certa età e poca voglia di rimettermi a studiare.
Per fortuna, il progresso informatico ha pure degli aspetti positivi, come questo del Blog, che ti consente di pubblicare senza perdere tempo a tessere un sito, filo per filo, praticamente a mano come facevo prima. Un lungo lavoro di tessitura, che io chiamavo iper-tessitura, mica per l'argomento ma per il legamento: gli indispensabili link. Tutti sanno che "testo" e "tessuto" hanno la stessa radice linguistica. A "parole", ma in realtà è il tessuto la radice più antica che si è poi diramata nel testo. Forse invece qualcuno non sa che l'inevitabile sigla "http://" sta per "Hyper Text Transfer Protocol" cioè: intestazione di trasferimento ipertestuale". Senza un'intestazione del genere, i link non funzionano: i legami (link) si sciolgono e la rete (web) si dissolve. Su questo scrivevo, all'inizio del secolo, inaugurando il Sito della mia tessitura:
http://www.hypertextile.net/ghersi/welc-it.htm . Per questo Sito, registravo un dominio dall'indirizzo veramente difficile "hypertextile.net" , ma che vuol proprio dire "rete ipertessile". A questa formula, sono proprio affezionato: me la tengo ancora per l'email e per pubblicare i video su YouTube.
Per un artista (diciamolo) il bello di Internet era farsi conoscere senza subire la "protezione" dei critici, dei galleristi, degli enti politici e culturali. Naturalmente, un Sito Web professionale si presentava assai meglio del mio bric a brac dilettantesco, era assai più prestigioso ed imponente. Eppure qualcuno non sottostava a questo potere della la confezione ma si interessava di più al prodotto: fu con un contatto Internet che venni invitato in Germania per farci Global_Home, e che ci feci pure arrivare il giovane tessitore di un villaggio africano (mensah).
La sezione più bella del Sito era senz'altro il ConDominio_Web. Non un Dominio Web ma un ConDominio anzi, una specie di città virtuale, abitata dai miei collezionisti. Ci si trovano le opere ambientate (o indossate) dove stavano in realtà: ville e castelli, palestre, ristoranti e cimiteri. Ho compreso l'importanza di questo quando ne ho parlato al mio gallerista: ha subito rotto ogni rapporto con me. Eppure s'era fattto tante mostre insieme... eravamo persino compagni di sbronze e di viaggi in Oriente.
Poi, la mia rete ipertessile divenne ipertrofica, acchiappava veramente di tutto: dall'universo del tessile (tessimilia) al santuario africano (sofati), dalla cura per l'asma (asthfin) all'arte in bicicletta (arteinbici). Mi sentivo in dovere di pubblicare tante iniziative nascoste e mi ci divertivo. Poi è crollato il mio sistema operativo e la mia rete ipertessile è morta; cattura ancora molti naviganti, però resta lì come un fossile immenso, nell'ancora più immensa rete globale, che è Internet. Ma per fortuna, hanno inventato i Blog, anche per me e gli ignoranti più di me.
E pensare che da giovane... comunicavo a distanza soltanto dal telefono a scatti nel bar del paese. Comunicare, informarsi, oggi è tutto molto più semplice, però ci spendiamo più tempo e denaro. Magari poi, per nulla di importante. Quanto potrà durare? Nessun sistema è veramente eterno, anche se tutti lo sembrano. Prepariamoci a riprendere il tam tam.

Thursday, April 12, 2007

Dino Gavina è (finalmente) morto




Sulla mia tomba scrivete: i'incubo è finito.
(Leo Longanesi)

Ora che Gavina è morto, si potrà cominciare a celebrarlo come si deve, con gli appositi eventi culturali, senza il terrore di doverlo invitare.
Molti tromboni celebri tireranno un sospiro di sollievo. Il primo che mi venga alla mente, è il celebre architetto Renzo Piano, di cui Gavina sputtanò alla grande il celebre Beaubourg, come insulto alla scienza delle costruzioni, più che alle belle forme architettoniche. Fu un'indimenticabile lezione agli studenti di architettura di Firenze. Questo piccolo vecchio di ottant'anni era seduto SOPRA la cattedra, dondolando le gambe nel vuoto con i calzini a vista. Oscillava, oscillava avanti e indietro, mentre pontificava senza misericordia. Gli piaceva anche accosciarsi sui talloni, come fanno i giapponesi alla fermata dell'autobus. Una postura indimenticabile.
VEDI A http://blog.dimensioni-interni.it/

Certamente, la bici lo aiutava ma, indubbiamente, c'era una marcia in più: era davvero un pelvico selvaggio, affascinante ed insopportabile.
Uno dei rari mostri sacri che un giovane sconosciuto poteva rintracciare sull'elenco del telefono, sentirsi rispondere da questi in persona, balbettare qualcosa e arrivare a un incontro, che lo ficcava subito in un'impresa imprevedibile. Nel senso di avventura, non di ditta. Un altro di questi era Bruno Munari. I due non si amavano ma che ci posso fare? Meglio avere maestri incompatibili, lascia più libertà.
Si provò ad insegnarmi varie cose, tra cui le molte che non capirò mai. Lui invece, una cosa imparò subito da me: le frittelle di fiori d'acacia in pastella.
Resta per sempre non dico nel mio cuore, perché mi manderebbe subito a cagare, ma dirò almeno, nel mio Condominio Web:
http://www.hypertextile.net/ghersi/cd-web/gav1.htm

ANCORA DA
http://www.design-italia.it/italiano/dettaglio.htm?tipo=news&idx=721

"06-04-2007. E’ morto all’ospedale Sant’Orsola dopo alcuni giorni di coma Dino Gavina, classe 1922, genio indiscusso del design, punto di partenza dell’Italian Style. Convinto della necessità di un design moderno ma anche ricco di poesia, a partire dalla fine degli anni Quaranta Gavina riuscì a coinvolgere gradualmente molti 'padri della patria', come li chiamava scherzosamente, tra cui gli architetti-designer Carlo Scarpa, Enzo Mari, Marcel Breuer. Tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, Gavina rivoluzionò il concetto stesso di produzione e fruizione degli arredi lanciando i progetti 'Ultrarazionale', 'Ultramobile' e 'Metamobile'. Il suo lavoro ha costituito il punto di partenza del cosiddetto Italian Style, un sinonimo di qualità che da allora accompagna il design italiano di mobili in tutto il mondo. Fondatore dell'omonima ditta Gavina, pioniere della 'tragressione' nella creazione di mobili, creò la Flos, occupandosi di illuminazione, e poi la Simon international, con cui si dedicò alla produzione del mobile seriale e modulare. La curiosità di Gavina per le novità e i giovani talenti lo portano a dar vita, nel ’67 al Centro Duchamp, associazione senza fini di lucro, per aiutare gli artisti a realizzare le loro opere." (Valerio Gnerre)