mercoledì, luglio 16, 2008
martedì, luglio 01, 2008
sabato, giugno 21, 2008
Lezioni Luganesi
A Lugano dal 3 al 5 Luglio, parlerò sul tessuto e l'ipertessile sociale, culturale e spirituale. Non parlerò ovviamente, per tre giorni di seguito, sebbene l'argomento sia assai vasto, ma per una ventina di minuti in ciascuna serata della seguente mostra.
E®GO IPERBOLICO
Vernice: 3 - 4 – 5 luglio 2008, dalle ore 19°° alle ore 01:00, in concomitanza con l’evento Estival Jazz Lugano, Piazza Riforma
Sede: Mya_Lurgo_Gallery, 2° piano Stabile Federale, Piazza Riforma 9, Lugano (Svizzera)
Artisti: Eva Basile, Marisa Casellini, Gaia Clerici, Caterina Crepax, Mya Lurgo, Dania Zanotto
Interventi fashion: www.temporarylove.net
Installazione “intimo X versi” del poeta, filosofo Marco Bogliani
Presentazione della mostra: Luciano Ghersi
Periodo espositivo : 6 luglio – 31 luglio, Lunedì – sabato dalle 18°° alle 23°° - ArtCafé dell’ass. OlosNoProfit
Performance: durante le serate sono previsti interventi artistici, visita il “calendario attività” al Sito internet: www.myalurgo.com
Info: + 41 (0)91 911 88 09, E-mail: myalurgo) @ (gmail.com
E®GO IPERBOLICO é un viaggio dall’abito al tessuto sociale, culturale e spirituale. ll Punto di partenza adottato per l’indagine artistica é “il dubbio”, quello necessario a pervenire a quel residuo minimo della conoscenza, che resiste a ogni incertezza, persino quella iperbolica.
Interrogarsi. Dubitare. Sfatare la trama e l’ordito dell’apparenza e dell’immagine. Travalicare moda e costume, modalità e credulità, modelli stereotipati e clonati … per essere, finalmente.
Nella ricerca dell’Essenziale Respiro della Vita, l’interrogarsi umano si fa prima speranza e poi fiducia. Fiducia di non potersi portare troppo lontano dall’ Essere Uni-versatile che ci anima. (Mya Lurgo)
E®GO IPERBOLICO
Vernice: 3 - 4 – 5 luglio 2008, dalle ore 19°° alle ore 01:00, in concomitanza con l’evento Estival Jazz Lugano, Piazza Riforma
Sede: Mya_Lurgo_Gallery, 2° piano Stabile Federale, Piazza Riforma 9, Lugano (Svizzera)
Artisti: Eva Basile, Marisa Casellini, Gaia Clerici, Caterina Crepax, Mya Lurgo, Dania Zanotto
Interventi fashion: www.temporarylove.net
Installazione “intimo X versi” del poeta, filosofo Marco Bogliani
Presentazione della mostra: Luciano Ghersi
Periodo espositivo : 6 luglio – 31 luglio, Lunedì – sabato dalle 18°° alle 23°° - ArtCafé dell’ass. OlosNoProfit
Performance: durante le serate sono previsti interventi artistici, visita il “calendario attività” al Sito internet: www.myalurgo.com
Info: + 41 (0)91 911 88 09, E-mail: myalurgo) @ (gmail.com
E®GO IPERBOLICO é un viaggio dall’abito al tessuto sociale, culturale e spirituale. ll Punto di partenza adottato per l’indagine artistica é “il dubbio”, quello necessario a pervenire a quel residuo minimo della conoscenza, che resiste a ogni incertezza, persino quella iperbolica.
Interrogarsi. Dubitare. Sfatare la trama e l’ordito dell’apparenza e dell’immagine. Travalicare moda e costume, modalità e credulità, modelli stereotipati e clonati … per essere, finalmente.
Nella ricerca dell’Essenziale Respiro della Vita, l’interrogarsi umano si fa prima speranza e poi fiducia. Fiducia di non potersi portare troppo lontano dall’ Essere Uni-versatile che ci anima. (Mya Lurgo)
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discorsi
venerdì, giugno 06, 2008
il progetto "Archivio e Facoltà"
Tessere tutto, tutti e dappertutto
Come nacque il progetto "Archivio e Facoltà"
in collaborazione con Archivio Bonotto
"Bello come l'amplesso
di un ombrello e una Singer
sopra un tavolo anatomico."
(Lautréamont, Canti di Maldoror)
Nell'estate del 1998, tessevo nel parco di mostri dell'arte contemporanea, che sarebbe il Giardino di Daniel Spoerri in Toscana. Ci avevo montato la tenda di Global Home, che non era soltanto una installazione. Era anche un cantiere di arte pubblica con due telai da tessitura a mano, costruiti con ferraglia recuperata da una discarica Coop: ganci da carne, carrelli da spesa, scaffali e così via.
Nel giardino dei mostri, ci si tesseva a mano un enorme tepee indiano. Ci faceva anche tessere il pubblico, riciclando recuperi più o meno tessili: indumenti anche intimi, lacerati ed integri, fili elettrici, tubi flessibili, balocchi che i bambini offrivano al tessuto. Così la tenda di Global Home è un tessuto
intriso di feticci: ci sta pure una cravatta di Assessore, sacrificata all'inaugurazione, ci sta pure una canna da passeggio che Daniel Spoerri infilò nell'ordito, sfidandomi a tessere anche quella... e per farcela entrare, dovetti segarla.
Un bel giorno, lo Spoerri mi porta la merenda con l'annuncio che gli sono arrivate certe balle di stoffa da sbrindellare, per tessere il tepee di Global Home. Quelle balle di stoffa erano inviate da un certo Luigi Bonotto, che non conoscevo affatto. Lui invece, a me sì: era mio collezionista già dall'85, quando aveva trovato a Milano, da Alberto Schubert, certi miei televisori tessuti a mano, che erano pure morbidi cuscini, tessuti apposta per riannodare quel filo interrotto che collegava il tatto e la visione.
Ma poi solo nel 2000, mi arriva il Bonotto in persona, sotto la tenda di Global Home, che avevo trasferito alla festa di Montecio Rock, dopo vari incongrui accampamenti. Tra cui: un cimitero germanico monumentale dove, tra gli altri, ci sta sepolto Boehme, il calzolaio e mistico zen, che ispirò l'idealismo tedesco. Fra i lussuriosi angeli barocchi dal sesso francamente indiscutibile, si tesseva tanto bene in cimitero, che ci ho poi invitato a tessere pure Mensa Kpodo, Tessitore di Klikor nel Ghana. Allora costruimmo il telaio tradizionale africano con le assi e le viti dell'Obi (Hobby Legno germanica).
Ma tornando a Montecchio nel frastuono dei concerti, Bonotto si diverte a rintracciare le zone del tepee di Global Home dov'erano inserite le sue stoffe lacerate. Ora scopro che Luigi, oltre che collezionista dell'estremismo artistico contemporaneo, oltre che prestigioso imprenditore tessile, è pure artista in proprio e tessitore a mano. Mi è dunque collega, è anche lui in equilibrio sul filo sottile che è teso fra l'estetica e la funzionalità.
Sul filo fra estetica e funzionalità, ho tessuto di recente dei "tappeti scendibagno" (o "quadri lavabili" in lavatrice), con l'intenzione appunto, di infiltrare l'arte nell'ambiente quotidiano dei bagni, stabilendo contatti con i piedi nudi. Stavolta tessevo su un curioso telaio a pedali fant-archeologico-industriale, che fu assemblato anticamente dal Tessitore Enea d'Arcidosso, con legni ed ingranaggi di recupero. Chiamai "Re-Jeans" le mie bellezze al bagno perché dentro a quei tappeti ci riciclavo i jeans. Il tessuto di brandelli non è di mia invenzione ma è una forma popolare di arte, sia classica che contemporanea. Purtroppo questi artisti sono ammessi a poche gallerie ma Gebhart Blazek, gallerista in Vienna, sta organizzando una storica mostra.
Mi sono poi buttavo sui sedili d'automobile, con il solito obiettivo infiltrare l'arte in un altro ambiente quotidiano: quello dell'auto. Ho tessuto così, dei "Cop-Rici-Sedili", per i quali ri-ciclavo il telaio di una branda, ricavandone un telaio da tappeti tradizionale dei nomadi. Anche loro lo farebbero un telaio così, se trovassero le brande abbandonate ai cassonetti dell'immondizia. Purtroppo i poveretti non hanno cassonetti: trovano al massimo lavagne scolastiche da progetti falliti di educazione e le riciclano come telai.
Neppure il tappeto coprisedile, fu mia invenzione: confesso di averne già visti in Magreb e in Nepal, sia annodati con gli stracci, come me, che annodati con lana originale. Salva in eccetto, l'attuale parentesi storica e il suo sedicente design, la presenza dell'arte negli arredi e negli attrezzi quotidiani è di norma in qualsiasi civiltà. A proposito, i miei coprisedili stanno benissimo anche in poltrona e in sala da pranzo, oltre che in macchina e dentro ai musei.
Poi rivedo Bonotto a Valdagno, nello storico centro di tessitura. Qui c'ero capitato per la Notte dei Musei, pwe tessere il Kente su un telaio africano tradizionale, da me ricostruito in filagna di castagno: insomma, con dei pali da recinto imbullonati. L'arte del Kente è è troppo evoluta per l'attuale Uomo Bianco. Io però modestamente, fui ammesso alla più prestigiosa corporazione Kente del mistico centro di Klikor, in Ghana. Ho anche il nome iniziatico di "Tessitore del Secolo"... non forse del secolo attuale, però mi consolo: anche Nietzsche fu inattuale.
Ciò importa poco, nell'economia del cosmo. Torniamo a Valdagno e Marzotto, dov'è giiusto arrivato Bonotto, il Luigi. Ce ne andiamo al Museo delle Macchine Tessili, per commuoverci di fronte agli assemblaggi meccanici del Tessitore Castegnaro. C'è un orditoio a botte, creato con la culla del figliolo e con le ruote della sua propria bici... se gli oggetti hanno un'anima, anche questa trasmigra. L'orditoio sembra quasi un'opera di Tinguely ma non è affatto una "macchina inutile". Infatti non si limita a significare: funziona e produce egregiamente. sul quel solito filo fra estetica e funzione.
Prima ch'io torni alla Facoltà di Tessere (in Umbria, a Porchiano del Monte), Luigi mi ha riempito la Opel Kadett con i suoi campionari di stoffe. Le ficcava tra i pezzi di un gran telaio sardo per tappeti, già raccattato a Nule, in provincia di Sassari, dove i subbi (o diciamo anche: i rulli) si chiamano "binarius" perché io credo che anticamente, lì saccheggiassero le ferrovie per farsi i telai. Quelle stoffe di Bonotto son campioni a "fazzoletto": sono come dei mosaici con centinaia di varianti cromatiche e di armatura, tra cui lo Stilista ne fa ritagliare una: quella che andrà in produzione con la sua firma. Questa è la Moda, tesoro, non puoi farci nulla.
Giunto a Porchiano, ho sezionato a strisce una "fazzolettatura". L'ho sforbiciata sul parapetto delle mura medievali, perché non disponevo di un tavolo lunghissimo, dove potessi distenderla tutta. La stoffa sforbiciata diventerebbe "trama" però, si capisce che occorre anche un "ordito"... e l'ho tirato sempre alle mura, perché c'è tanto spazio a disposizione. Poi si capisce, ho armato un telaio: quello in legno di gelso, che lo fece il Bottaio di Montevarchi al tempo dell'ultima (si fa per dire) guerra mondiale, perché all'epoca ci fu una grande crisi di stoffe industriali. Sicché il Bottaio rifece un telaio, e lo rifece in legno di gelso perché la seta non interessava più e di conseguenza, neppure quei gelsi che foraggiavano prima il baco da seta. Perciò il legno di gelso per rifarci un telaio. Ma gli ifece il pettine in ciliegio perché battendo, ha da essere più duro: "Tumb! Tumb"! Ma chi è F. T. Marinetti? E qual'è la poesia delle macchine? C'è un grande passato nel nostro futuro, viva l'agri-futurismo!
Insomma, in quel telaio del Bottaio, ci ho infilato i miei filini uno per uno, con la cosiddetta pazienza infinita del Tessitore. Pazienza così detta da chi non può sapere quanto invece, lui goda e si rilassi, attingendo le radici antropologiche dell'ossessione, della libidine e della ragione... la quale diciamolo, è proprio il telaio: senza telaio non c è flosofia, lo ha compreso anche Goethe, sebbene lui sia un classico, Alla fine, ho tramato le mie strisce di stoffa, in modo che ciascuna restituisse la sequenza cromatica originale dei fazzoletti campione. E' banale, lo so: non mi sforzo di creare, volevo vedere soltanto che cosa potesse succedere. E che infatti poi succede, con il mio immodesto contributo... diciamo di Artista o di Tessitore?
Così ho tessuto il primo tappeto (quadro, arazzo... non saprei), con i campioni di Archivio Bonotto. Il tappeto (quadro, arazzo... non saprei), mi sembra una stupenda coincidenza organizzata: è più bella che l'incontro dell'ombrello con la macchina a cucire. Perché un tavolo anatomico è più brutto del telaio: in questo c'è più vita... Mi consenta, Lautréamont.
Come nacque il progetto "Archivio e Facoltà"
in collaborazione con Archivio Bonotto
"Bello come l'amplesso
di un ombrello e una Singer
sopra un tavolo anatomico."
(Lautréamont, Canti di Maldoror)
Nell'estate del 1998, tessevo nel parco di mostri dell'arte contemporanea, che sarebbe il Giardino di Daniel Spoerri in Toscana. Ci avevo montato la tenda di Global Home, che non era soltanto una installazione. Era anche un cantiere di arte pubblica con due telai da tessitura a mano, costruiti con ferraglia recuperata da una discarica Coop: ganci da carne, carrelli da spesa, scaffali e così via.
Nel giardino dei mostri, ci si tesseva a mano un enorme tepee indiano. Ci faceva anche tessere il pubblico, riciclando recuperi più o meno tessili: indumenti anche intimi, lacerati ed integri, fili elettrici, tubi flessibili, balocchi che i bambini offrivano al tessuto. Così la tenda di Global Home è un tessuto
intriso di feticci: ci sta pure una cravatta di Assessore, sacrificata all'inaugurazione, ci sta pure una canna da passeggio che Daniel Spoerri infilò nell'ordito, sfidandomi a tessere anche quella... e per farcela entrare, dovetti segarla.
Un bel giorno, lo Spoerri mi porta la merenda con l'annuncio che gli sono arrivate certe balle di stoffa da sbrindellare, per tessere il tepee di Global Home. Quelle balle di stoffa erano inviate da un certo Luigi Bonotto, che non conoscevo affatto. Lui invece, a me sì: era mio collezionista già dall'85, quando aveva trovato a Milano, da Alberto Schubert, certi miei televisori tessuti a mano, che erano pure morbidi cuscini, tessuti apposta per riannodare quel filo interrotto che collegava il tatto e la visione.
Ma poi solo nel 2000, mi arriva il Bonotto in persona, sotto la tenda di Global Home, che avevo trasferito alla festa di Montecio Rock, dopo vari incongrui accampamenti. Tra cui: un cimitero germanico monumentale dove, tra gli altri, ci sta sepolto Boehme, il calzolaio e mistico zen, che ispirò l'idealismo tedesco. Fra i lussuriosi angeli barocchi dal sesso francamente indiscutibile, si tesseva tanto bene in cimitero, che ci ho poi invitato a tessere pure Mensa Kpodo, Tessitore di Klikor nel Ghana. Allora costruimmo il telaio tradizionale africano con le assi e le viti dell'Obi (Hobby Legno germanica).
Ma tornando a Montecchio nel frastuono dei concerti, Bonotto si diverte a rintracciare le zone del tepee di Global Home dov'erano inserite le sue stoffe lacerate. Ora scopro che Luigi, oltre che collezionista dell'estremismo artistico contemporaneo, oltre che prestigioso imprenditore tessile, è pure artista in proprio e tessitore a mano. Mi è dunque collega, è anche lui in equilibrio sul filo sottile che è teso fra l'estetica e la funzionalità.
Sul filo fra estetica e funzionalità, ho tessuto di recente dei "tappeti scendibagno" (o "quadri lavabili" in lavatrice), con l'intenzione appunto, di infiltrare l'arte nell'ambiente quotidiano dei bagni, stabilendo contatti con i piedi nudi. Stavolta tessevo su un curioso telaio a pedali fant-archeologico-industriale, che fu assemblato anticamente dal Tessitore Enea d'Arcidosso, con legni ed ingranaggi di recupero. Chiamai "Re-Jeans" le mie bellezze al bagno perché dentro a quei tappeti ci riciclavo i jeans. Il tessuto di brandelli non è di mia invenzione ma è una forma popolare di arte, sia classica che contemporanea. Purtroppo questi artisti sono ammessi a poche gallerie ma Gebhart Blazek, gallerista in Vienna, sta organizzando una storica mostra.
Mi sono poi buttavo sui sedili d'automobile, con il solito obiettivo infiltrare l'arte in un altro ambiente quotidiano: quello dell'auto. Ho tessuto così, dei "Cop-Rici-Sedili", per i quali ri-ciclavo il telaio di una branda, ricavandone un telaio da tappeti tradizionale dei nomadi. Anche loro lo farebbero un telaio così, se trovassero le brande abbandonate ai cassonetti dell'immondizia. Purtroppo i poveretti non hanno cassonetti: trovano al massimo lavagne scolastiche da progetti falliti di educazione e le riciclano come telai.
Neppure il tappeto coprisedile, fu mia invenzione: confesso di averne già visti in Magreb e in Nepal, sia annodati con gli stracci, come me, che annodati con lana originale. Salva in eccetto, l'attuale parentesi storica e il suo sedicente design, la presenza dell'arte negli arredi e negli attrezzi quotidiani è di norma in qualsiasi civiltà. A proposito, i miei coprisedili stanno benissimo anche in poltrona e in sala da pranzo, oltre che in macchina e dentro ai musei.
Poi rivedo Bonotto a Valdagno, nello storico centro di tessitura. Qui c'ero capitato per la Notte dei Musei, pwe tessere il Kente su un telaio africano tradizionale, da me ricostruito in filagna di castagno: insomma, con dei pali da recinto imbullonati. L'arte del Kente è è troppo evoluta per l'attuale Uomo Bianco. Io però modestamente, fui ammesso alla più prestigiosa corporazione Kente del mistico centro di Klikor, in Ghana. Ho anche il nome iniziatico di "Tessitore del Secolo"... non forse del secolo attuale, però mi consolo: anche Nietzsche fu inattuale.
Ciò importa poco, nell'economia del cosmo. Torniamo a Valdagno e Marzotto, dov'è giiusto arrivato Bonotto, il Luigi. Ce ne andiamo al Museo delle Macchine Tessili, per commuoverci di fronte agli assemblaggi meccanici del Tessitore Castegnaro. C'è un orditoio a botte, creato con la culla del figliolo e con le ruote della sua propria bici... se gli oggetti hanno un'anima, anche questa trasmigra. L'orditoio sembra quasi un'opera di Tinguely ma non è affatto una "macchina inutile". Infatti non si limita a significare: funziona e produce egregiamente. sul quel solito filo fra estetica e funzione.
Prima ch'io torni alla Facoltà di Tessere (in Umbria, a Porchiano del Monte), Luigi mi ha riempito la Opel Kadett con i suoi campionari di stoffe. Le ficcava tra i pezzi di un gran telaio sardo per tappeti, già raccattato a Nule, in provincia di Sassari, dove i subbi (o diciamo anche: i rulli) si chiamano "binarius" perché io credo che anticamente, lì saccheggiassero le ferrovie per farsi i telai. Quelle stoffe di Bonotto son campioni a "fazzoletto": sono come dei mosaici con centinaia di varianti cromatiche e di armatura, tra cui lo Stilista ne fa ritagliare una: quella che andrà in produzione con la sua firma. Questa è la Moda, tesoro, non puoi farci nulla.
Giunto a Porchiano, ho sezionato a strisce una "fazzolettatura". L'ho sforbiciata sul parapetto delle mura medievali, perché non disponevo di un tavolo lunghissimo, dove potessi distenderla tutta. La stoffa sforbiciata diventerebbe "trama" però, si capisce che occorre anche un "ordito"... e l'ho tirato sempre alle mura, perché c'è tanto spazio a disposizione. Poi si capisce, ho armato un telaio: quello in legno di gelso, che lo fece il Bottaio di Montevarchi al tempo dell'ultima (si fa per dire) guerra mondiale, perché all'epoca ci fu una grande crisi di stoffe industriali. Sicché il Bottaio rifece un telaio, e lo rifece in legno di gelso perché la seta non interessava più e di conseguenza, neppure quei gelsi che foraggiavano prima il baco da seta. Perciò il legno di gelso per rifarci un telaio. Ma gli ifece il pettine in ciliegio perché battendo, ha da essere più duro: "Tumb! Tumb"! Ma chi è F. T. Marinetti? E qual'è la poesia delle macchine? C'è un grande passato nel nostro futuro, viva l'agri-futurismo!
Insomma, in quel telaio del Bottaio, ci ho infilato i miei filini uno per uno, con la cosiddetta pazienza infinita del Tessitore. Pazienza così detta da chi non può sapere quanto invece, lui goda e si rilassi, attingendo le radici antropologiche dell'ossessione, della libidine e della ragione... la quale diciamolo, è proprio il telaio: senza telaio non c è flosofia, lo ha compreso anche Goethe, sebbene lui sia un classico, Alla fine, ho tramato le mie strisce di stoffa, in modo che ciascuna restituisse la sequenza cromatica originale dei fazzoletti campione. E' banale, lo so: non mi sforzo di creare, volevo vedere soltanto che cosa potesse succedere. E che infatti poi succede, con il mio immodesto contributo... diciamo di Artista o di Tessitore?
Così ho tessuto il primo tappeto (quadro, arazzo... non saprei), con i campioni di Archivio Bonotto. Il tappeto (quadro, arazzo... non saprei), mi sembra una stupenda coincidenza organizzata: è più bella che l'incontro dell'ombrello con la macchina a cucire. Perché un tavolo anatomico è più brutto del telaio: in questo c'è più vita... Mi consenta, Lautréamont.
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sabato, maggio 10, 2008
Telai e Biciclette
Il telaio fu inventato per tessere le tele, questo lo dice la parola stessa. E' il telaio di una volta, per la tessitura a mano.
Poi fu inventato il telaio della bicicletta e ancor dopo, il telaio dell'automobile.
Oggi quest'ultimo è superato della carrozzeria portante, che fa a meno del telaio.
Discutendo di evoluzione, la nobel Rita Levi Montalcini, paragona gli insetti alle bici: non si sono più evoluti perché sono due modelli già perfetti.
Oggi quest'ultimo è superato della carrozzeria portante, che fa a meno del telaio.
La bicicletta invece, non si evoluta affatto, a parte trascurabili accessori.
Discutendo di evoluzione, la nobel Rita Levi Montalcini, paragona gli insetti alle bici: non si sono più evoluti perché sono due modelli già perfetti.
Anzi aggiunge che l'insetto già perfetto può sostituire il dominio dell'uomo, ancora imperfetto, e sempre ossessionato dalla Crescita (che, destra o sinistra, mai si discute, aggiungerei io).
Per opporci al dominio della Crescita... e poi degli Insetti, conviene tornare alla Bici.
Forse anche al telaio delle tele (che è perfetto anche questo, lasciatemi dire).
martedì, maggio 06, 2008
Notte dei Musei a Valdagno
Notte dei Musei a Valdagno
ITIS “V. E. Marzotto” - Città di Valdagno - Museo delle Macchine Tessili
Sabato 17 maggio 2008 - Ore 20.00-24.00
Galleria ai Nani - Palazzo Festari - Valdagno
Tessitura…: dalle popolazioni preistoriche alle società tribali africane e del centro America.
Esposizione di strumenti per la filatura e la tessitura. Dimostrazione di tecniche tessili antiche ancora presenti in alcune produzioni etniche del mondo extraeuropeo a cura di Luciano Ghersi.
L’esposizione rimarrà aperta anche: domenica 18 maggio dalle 15.00 alle 18.00. Mart 20 - giov 22 – sab 24 maggio dalle 17.00 alle 19.00. Venerdì 23 maggio dalle 9.00 alle 12.00, Per scuole e gruppi durante la settimana su prenotazione.
Sabato 17 maggio 2008 Ore 21.00-23.00
Museo delle Macchine Tessili - ITIS “V. E. Marzotto” - Valdagno
Musica al Museo in collaborazione con l’Amm. Provinciale di Vicenza
Musica popolare e rinascimentale a cura di: Coro La Valle diretto dal maestro La Bruna, Coro Progetto Musica diretto dal maestro Ferro, Coro dell’Obante diretto dal maestro Penzo P.
Sabato 17 maggio 2008 - Ore 20.00-24.00
Apertura straordinaria con visite guidate:
Museo Civico D. Dal Lago – Palazzo Festari , Valdagno
Museo delle Macchine Tessili – ITIS “V. E. Marzotto”, Valdagno
Domenica 18 maggio -Ore 15.00-18.00
Palazzo Festari – Valdagno
Continuazione della dimostrazione di tecniche tessili antiche ancora presenti in alcune produzioni etniche del mondo extraeuropeo a cura di Luciano Ghersi.
http://nuitdesmusees.culture.fr/musee.php?l=ITA&m=NDM-99039642#
ITIS “V. E. Marzotto” - Città di Valdagno - Museo delle Macchine Tessili
Sabato 17 maggio 2008 - Ore 20.00-24.00
Galleria ai Nani - Palazzo Festari - Valdagno
Tessitura…: dalle popolazioni preistoriche alle società tribali africane e del centro America.
Esposizione di strumenti per la filatura e la tessitura. Dimostrazione di tecniche tessili antiche ancora presenti in alcune produzioni etniche del mondo extraeuropeo a cura di Luciano Ghersi.
L’esposizione rimarrà aperta anche: domenica 18 maggio dalle 15.00 alle 18.00. Mart 20 - giov 22 – sab 24 maggio dalle 17.00 alle 19.00. Venerdì 23 maggio dalle 9.00 alle 12.00, Per scuole e gruppi durante la settimana su prenotazione.
Sabato 17 maggio 2008 Ore 21.00-23.00
Museo delle Macchine Tessili - ITIS “V. E. Marzotto” - Valdagno
Musica al Museo in collaborazione con l’Amm. Provinciale di Vicenza
Musica popolare e rinascimentale a cura di: Coro La Valle diretto dal maestro La Bruna, Coro Progetto Musica diretto dal maestro Ferro, Coro dell’Obante diretto dal maestro Penzo P.
Sabato 17 maggio 2008 - Ore 20.00-24.00
Apertura straordinaria con visite guidate:
Museo Civico D. Dal Lago – Palazzo Festari , Valdagno
Museo delle Macchine Tessili – ITIS “V. E. Marzotto”, Valdagno
Domenica 18 maggio -Ore 15.00-18.00
Palazzo Festari – Valdagno
Continuazione della dimostrazione di tecniche tessili antiche ancora presenti in alcune produzioni etniche del mondo extraeuropeo a cura di Luciano Ghersi.
http://nuitdesmusees.culture.fr/musee.php?l=ITA&m=NDM-99039642#
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lunedì, maggio 05, 2008
Arte Pneumatica
TESTO
Non vanto affatto di avere inventato l'Arte Pneumatica. Ho solo dato un nome a quell'antica pratica di riciclare le gomme da ruota: per trasformarle in sandali, in secchie da pozzo, fioriere, balocchi e preservativi per vario bestiame. Be', si consenta qui un breve intermezzo polemico (o magari politico, per meglio dire). Se un ciabattino Africano trasforma in scarpa un vecchio copertone, si parlerà al massimo di "design miserabile". Se invece, a un Artista, gli riuscisse di fare lo stesso, apprezzeremmo subito il suo ardito gioco concettuale, tra locomozione meccanica e umana: la gomma che era suola per la ruota, oplà, che ti diventa un pneumatico da piede. Ciò sarebbe un sublime pensiero, mica basso artigianato... ma quello o quella che contemplò per primo il nido degli uccelli, o la ragnatela, e che poi, stravolgendo la loro struttura, fece esplodere dal nulla la prima tessitura, non era lui forse (o lei, non importa), un artista ispirato? Ci dicono no. E' un "no" che sostiene anche Pablo Picasso, con motivi fondati ma non tutti confessabili. Insomma Picasso ci dice : "non importa cosa faccia un artista, ci importa soprattutto, lui, chi è"... e non stiamo a riverire quei selvaggi, piuttosto copiamoli, se ci conviene.
Fine dell'intermezzo polemico e politico o filosofico, addirittura (chi voglia approfondire, può rivolgersi a "I Dialoghi di Porchione", disponibili in formato PDF).
Ora, attenzione: continua l'Artista! Che ci racconterà? Ci svelerà i segreti della sua creazione? Silenzio, ascoltatelo con reverenza! Se non arrivaste all'altezza di comprendere, la sola reverenza vi conforterà. Shhh!
>>> FOTO
I miei lavori di arte pneumatica non sono nati da un preventivo interesse per il materiale. Mi ero appena inventato il giunto di Ling, che è una parola d'incastro tra link e ring (in Inglese: legame ed anello). Questo Ling è come un nodo, che collega tra loro degli anelli flessibili, creando così delle reti tridimensionali: strutture topologiche, così si potrebbero dire. Certo, i pneumatici sono pure elastici e le officine te li regalano. Affettandoli come salami, si ottengono centinaia di anelli. E tutto a costo zero, col plusvalore di andare tra i meccanici a farsi regalare dei rifiuti, altrimenti soggetti all'imposta sul tossico.
Ho così realizzato una rete piramidale più alta di un metro, per quanto ogni misura sia qui sempre elastica e dunque difficile da precisare. Questa rete si comporta purtroppo, come un mollusco: non si regge in piedi da sé. Perciò le ho costruito un esoscheletro con certe canne in plastica per gli ortaggi rampicanti. Poi sono andato a trovare un amico, collezionista artistico di astruserie. Gli ho montato lì per lì la mia piramide, con grande effetto ma con scarso successo, perché lui non l'ha comprata. Peccato, perché quella fu davvero una performance irripetibile ma destinata all'oblio. Infatti, la rete piramidale poi trovò un altro mezzo per reggersi in piedi, mentre le canne tornavano all'orto, per farci rampicare i fagiolini.
L'evoluzione artistica della piramide, da allora, imbocca un'altra via. Mai più di esoscheletri rigidi ma invece: un endoscheletro pneumatico, concettualmente molto più pulito. Mai più di performance privato-commerciali ma invece: performance in pubblico e no-profit, che improvvisavo in zone autogestite, fra lazzaroni anarchici da Centro Sociale. Gli facevo gonfiare tanti palloncini, che poi ncastravamo ordinatamente, in ogni reticolo di tutta la rete. Procurata così l'erezione della piramide, la si lanciava in pista, addosso chi ballava. Così, senza sforzo, si creava un gioco di rimbalzi, lievemente più gentile del tradizionale ballo a spintoni. Poi va tutto sotto i tacchi degli anfibi, finché non scoppia l'ultimo dei palloncini. Sopravvive un informe groviglio di gomma, che però è sempre l'anima o la struttura della piramide, risuscitabile per un'altra performance (si accettano inviti retribuiti anche da scuole, discoteche e musei).
Con lil solito sistema dei nodi Ling, ho poi fatto una veste per donna di gomma, che misi addosso a una bambola gonfiabile: così ne esaltava la carica erotica. Con la bambola a cavallo della bici, partecipavo a Critical Mass. Concettualmente, era ineccepibile, perché la veste era in roba da bici. Al Museo del Tessuto di Prato, mi porto la bambola sopra le spalle, nascondendomi sotto come in un burqa. Allora il Direttore del Museo dapprincipio, non mi riconosce però dopo mi fa i suoi complimenti.
Ho collegato anche gomme intere, senza affettarle come dei salami: già il pneumatico è un anello di per sé, è un macro-anello, per così dire. Qui usavo solo le gomme da bici: perché sono più elastiche leggere di quelle da automobile, ma fino a un certo punto, come si dirà. A parte certi ambienti spregevoli, e un Goethe Institut Inter Nationes, ho infestato in tal modo anche la corte di un palazzo medievale. Naturalmente, fece un effetto orrido a tutti fanatici delle antichità. Però tutti entravano in quella ragnatela, si appoggiavano, la facevano vibrare. I bambini, entusiasti, collaudavano fino allo spasimo, la tenuta della tenso-struttura. E qui l'Artista gode come un ragno.
Poi siccome nella vita, sarei anche tessitore, ho infilato le gomme, come trama pneumatica, dentro l'ordito di un telaio a mano. Così nacque un kimono ciclistico: il famoso "Bikemono", tutto tessuto con lgomme scoppiate di bicicletta, oltre a un nastrino di trina bianca, per la bellezza della decorazione. La triennale del Kimono poi non lo ha voluto ammettere ma il suo unico difetto è che pesava venti chili. Non mi ancora riuscito a trovare un ciclista che lo voglia comprare, neppure in Giappone, dove i kimono avrebbero mercato. Sicché ho dovuto affidarlo in custodia al Segretario Politico del PCI (Partito Ciclista Italiano), perciò si capisce quanto è poco al sicuro. E anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Visto che ormai, mi ero rimesso a tessere, ho cercato di costringere le gomme a fare da ordito, oltre che solamente da trama pneumatica. Era quasi una sfida professionale, che richiedeva un telaio particolare. Proprio allora, per pura fortuna, ero stato invitato a insegnare, in qualche modo, la tessitura in un Istituto Statale d'Arte (dicesi ISA). Così utilizzo gli stessi studenti come fossero elementi di un telaio: questo è il cosiddetto "telaio umano", che certamente non ho inventato io né, certamente, una Paola Besana: già a me fu descritto come un'antichità negli anni '70 del secolo scorso:L'ho riproposto senza vergogna e che male c'è? Non c'è mica brevetti! Questo Telaio Umano, probabilmente, risale agli Egizi, altrimenti sarebbero inspiegabili i tessuti giganteschi rinvenuti, che gli Egizi tessevano, evidentemente, per vestire le statue degli dei. Anche questa è un antica abitudine (che, a mio modo ripresi, come in parte e più oltre, si vedrà).
Con gli studenti del mio Istituto d'Arte, invece si tesse un'amaca pneumatica ma siccome poi loro l'adoperano come una fionda a proiettili unani, dovrò appenderla più in alto, perché nessuno più arrivi ad entrarci, né a farsi fiondare e sfracellarsi. Così la povera Amaca Pneumatica non fu mai più veramente un'amaca: restò lassù sospesa tra due colonne rinascimentali, nel venerndo chiostro dell'Istituto, senza accogliere più corpi in sospensione, solo cavilli estetici d'interpretazione per il deambulo dei Professori. Poi la ex-amaca, che fine avrà fatto, dopo la fine dell'anno scolastico? Ma anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Con lo stesso sistema del telaio umano, e con le gomme delle biciclette, ho fatto poi tessere un paio di brache per il celebre David di Michelangelo. Dato che all'epoca, abitavo in Firenze, che è una città tanto ossessa dal David che te lo spaccia come posacenere. Onestamente, non ne dovrei parlare, perché si tratterebbe di un lavoro anonimo e di Arte Pubblica, nel suo senso migliore. Ciò non ostante, un prestigioso magazine (Cronaca Vera) mi dedicò, all'epoca due pagine, con la foto di me pieno di gomme, di fronte alla statua del David, e il titolone: "SPERIAMO NON LO ARRESTINO".
La Critica ottusa ritiene questo lavoro come un' opera fallita, perché in effetti non fu mai mai portata a termine ma soltanto tessuta parzialmente sulle pubbliche piazze di Firenze, approfittando di varie situazioni, variamente legali. Tanto meno, quest'opera incompiuta, fu mai indossata ancora dalla celebre statua del David. La Critica più acuta invece riconosce il valore autonomo di questa operazione, indipendentemente dall'opera finita, perché l'opera, in fondo é la via ("das Werk ist der Weg" o "der Werk ist das Weg" accidenti a Paul Klee): la Via comunque e non il Percorso, perché questo sarebbe tracciato in anticipo. I frammenti delle Brache per il David sono pure affidati in custodia al Segretario Politico del PCI.
EPITESTO
Tutto quanto precede fu scritto per il banale impulso di una giornalista, che aveva da fare un suo pezzo su qualche smemoranda eposizione di Arte Pneumatica, sponsorizzata anche da Pirelli. Sì: l'Arte Pneumatica che, lo ripeto ma modestamente, ho battezzato io con questo nome. So bene che il mio scritto qui di sopra può funzionare al massimo nei taglia-e-incolla da tesi di laurea e che invece, è davvero inadatto al fru-fru femminile del giornale in questione. Ma serenamente, mi sono esposto al massacro testuale, senza pretendere versioni integrali, per altro inaccettabili persino su Flash Art o su qualsiasi ogni altra rivista di sedicente arte, laddove ogni testo appartiene ai Critici mentre agli Artisti, nel migliore dei casi, appartengono soltanto le figure. Ho i miei motivi, saggiamente politici, per farmi saggiamente dilaniare oppure ignorare, come è assai più probabile.
Il motivo principale è che il neoprene è fotosensibile cioè si degrada alla luce del sole e pure a quella delle lampadine. Sì, il neoprene: è il derivato del petrolio che ora si usa per fare pneumatici, mentre l'antica gomma di caucciù, quelloche cola negli scodellini giù per gli alberi delle piantagioni, oggi la trovi più al massimo, nei preservativi o nella gomma da masticare. Perciò, ogni opera di arte pneumatica (a parte quella in preservativo, che anche di questa ne ho fatta però qui non c'entra) è destinata a distruggersi in tempi brevissimi, a meno che non stia nel buio del caveau di una banca, nell'attesa di un giudizio o esposizione universale o, forse meglio, di un'asta da Christies.
Nel frattempo, mi par giusto di fare circolare in qualche modo, anche sui settimanali femminili, questa piccola avventura. che è a mio giudizio, piuttosto banale... però è sempre meglio che niente. Come ci insegnano i Situazionisti: "quando una società distrugge la possibilità dell'avventura, resta una sola avventura possibile, che è la distruzione di quella società". Purtroppo, non avevano capito che certe società si distruggono da sole. E l'avventura è altrove, come è sempre, la vita. Buonasera, Rimbaud!
Non vanto affatto di avere inventato l'Arte Pneumatica. Ho solo dato un nome a quell'antica pratica di riciclare le gomme da ruota: per trasformarle in sandali, in secchie da pozzo, fioriere, balocchi e preservativi per vario bestiame. Be', si consenta qui un breve intermezzo polemico (o magari politico, per meglio dire). Se un ciabattino Africano trasforma in scarpa un vecchio copertone, si parlerà al massimo di "design miserabile". Se invece, a un Artista, gli riuscisse di fare lo stesso, apprezzeremmo subito il suo ardito gioco concettuale, tra locomozione meccanica e umana: la gomma che era suola per la ruota, oplà, che ti diventa un pneumatico da piede. Ciò sarebbe un sublime pensiero, mica basso artigianato... ma quello o quella che contemplò per primo il nido degli uccelli, o la ragnatela, e che poi, stravolgendo la loro struttura, fece esplodere dal nulla la prima tessitura, non era lui forse (o lei, non importa), un artista ispirato? Ci dicono no. E' un "no" che sostiene anche Pablo Picasso, con motivi fondati ma non tutti confessabili. Insomma Picasso ci dice : "non importa cosa faccia un artista, ci importa soprattutto, lui, chi è"... e non stiamo a riverire quei selvaggi, piuttosto copiamoli, se ci conviene.
Fine dell'intermezzo polemico e politico o filosofico, addirittura (chi voglia approfondire, può rivolgersi a "I Dialoghi di Porchione", disponibili in formato PDF).
Ora, attenzione: continua l'Artista! Che ci racconterà? Ci svelerà i segreti della sua creazione? Silenzio, ascoltatelo con reverenza! Se non arrivaste all'altezza di comprendere, la sola reverenza vi conforterà. Shhh!
>>> FOTO
I miei lavori di arte pneumatica non sono nati da un preventivo interesse per il materiale. Mi ero appena inventato il giunto di Ling, che è una parola d'incastro tra link e ring (in Inglese: legame ed anello). Questo Ling è come un nodo, che collega tra loro degli anelli flessibili, creando così delle reti tridimensionali: strutture topologiche, così si potrebbero dire. Certo, i pneumatici sono pure elastici e le officine te li regalano. Affettandoli come salami, si ottengono centinaia di anelli. E tutto a costo zero, col plusvalore di andare tra i meccanici a farsi regalare dei rifiuti, altrimenti soggetti all'imposta sul tossico.
Ho così realizzato una rete piramidale più alta di un metro, per quanto ogni misura sia qui sempre elastica e dunque difficile da precisare. Questa rete si comporta purtroppo, come un mollusco: non si regge in piedi da sé. Perciò le ho costruito un esoscheletro con certe canne in plastica per gli ortaggi rampicanti. Poi sono andato a trovare un amico, collezionista artistico di astruserie. Gli ho montato lì per lì la mia piramide, con grande effetto ma con scarso successo, perché lui non l'ha comprata. Peccato, perché quella fu davvero una performance irripetibile ma destinata all'oblio. Infatti, la rete piramidale poi trovò un altro mezzo per reggersi in piedi, mentre le canne tornavano all'orto, per farci rampicare i fagiolini.
L'evoluzione artistica della piramide, da allora, imbocca un'altra via. Mai più di esoscheletri rigidi ma invece: un endoscheletro pneumatico, concettualmente molto più pulito. Mai più di performance privato-commerciali ma invece: performance in pubblico e no-profit, che improvvisavo in zone autogestite, fra lazzaroni anarchici da Centro Sociale. Gli facevo gonfiare tanti palloncini, che poi ncastravamo ordinatamente, in ogni reticolo di tutta la rete. Procurata così l'erezione della piramide, la si lanciava in pista, addosso chi ballava. Così, senza sforzo, si creava un gioco di rimbalzi, lievemente più gentile del tradizionale ballo a spintoni. Poi va tutto sotto i tacchi degli anfibi, finché non scoppia l'ultimo dei palloncini. Sopravvive un informe groviglio di gomma, che però è sempre l'anima o la struttura della piramide, risuscitabile per un'altra performance (si accettano inviti retribuiti anche da scuole, discoteche e musei).
Con lil solito sistema dei nodi Ling, ho poi fatto una veste per donna di gomma, che misi addosso a una bambola gonfiabile: così ne esaltava la carica erotica. Con la bambola a cavallo della bici, partecipavo a Critical Mass. Concettualmente, era ineccepibile, perché la veste era in roba da bici. Al Museo del Tessuto di Prato, mi porto la bambola sopra le spalle, nascondendomi sotto come in un burqa. Allora il Direttore del Museo dapprincipio, non mi riconosce però dopo mi fa i suoi complimenti.
Ho collegato anche gomme intere, senza affettarle come dei salami: già il pneumatico è un anello di per sé, è un macro-anello, per così dire. Qui usavo solo le gomme da bici: perché sono più elastiche leggere di quelle da automobile, ma fino a un certo punto, come si dirà. A parte certi ambienti spregevoli, e un Goethe Institut Inter Nationes, ho infestato in tal modo anche la corte di un palazzo medievale. Naturalmente, fece un effetto orrido a tutti fanatici delle antichità. Però tutti entravano in quella ragnatela, si appoggiavano, la facevano vibrare. I bambini, entusiasti, collaudavano fino allo spasimo, la tenuta della tenso-struttura. E qui l'Artista gode come un ragno.
Poi siccome nella vita, sarei anche tessitore, ho infilato le gomme, come trama pneumatica, dentro l'ordito di un telaio a mano. Così nacque un kimono ciclistico: il famoso "Bikemono", tutto tessuto con lgomme scoppiate di bicicletta, oltre a un nastrino di trina bianca, per la bellezza della decorazione. La triennale del Kimono poi non lo ha voluto ammettere ma il suo unico difetto è che pesava venti chili. Non mi ancora riuscito a trovare un ciclista che lo voglia comprare, neppure in Giappone, dove i kimono avrebbero mercato. Sicché ho dovuto affidarlo in custodia al Segretario Politico del PCI (Partito Ciclista Italiano), perciò si capisce quanto è poco al sicuro. E anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Visto che ormai, mi ero rimesso a tessere, ho cercato di costringere le gomme a fare da ordito, oltre che solamente da trama pneumatica. Era quasi una sfida professionale, che richiedeva un telaio particolare. Proprio allora, per pura fortuna, ero stato invitato a insegnare, in qualche modo, la tessitura in un Istituto Statale d'Arte (dicesi ISA). Così utilizzo gli stessi studenti come fossero elementi di un telaio: questo è il cosiddetto "telaio umano", che certamente non ho inventato io né, certamente, una Paola Besana: già a me fu descritto come un'antichità negli anni '70 del secolo scorso:L'ho riproposto senza vergogna e che male c'è? Non c'è mica brevetti! Questo Telaio Umano, probabilmente, risale agli Egizi, altrimenti sarebbero inspiegabili i tessuti giganteschi rinvenuti, che gli Egizi tessevano, evidentemente, per vestire le statue degli dei. Anche questa è un antica abitudine (che, a mio modo ripresi, come in parte e più oltre, si vedrà).
Con gli studenti del mio Istituto d'Arte, invece si tesse un'amaca pneumatica ma siccome poi loro l'adoperano come una fionda a proiettili unani, dovrò appenderla più in alto, perché nessuno più arrivi ad entrarci, né a farsi fiondare e sfracellarsi. Così la povera Amaca Pneumatica non fu mai più veramente un'amaca: restò lassù sospesa tra due colonne rinascimentali, nel venerndo chiostro dell'Istituto, senza accogliere più corpi in sospensione, solo cavilli estetici d'interpretazione per il deambulo dei Professori. Poi la ex-amaca, che fine avrà fatto, dopo la fine dell'anno scolastico? Ma anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Con lo stesso sistema del telaio umano, e con le gomme delle biciclette, ho fatto poi tessere un paio di brache per il celebre David di Michelangelo. Dato che all'epoca, abitavo in Firenze, che è una città tanto ossessa dal David che te lo spaccia come posacenere. Onestamente, non ne dovrei parlare, perché si tratterebbe di un lavoro anonimo e di Arte Pubblica, nel suo senso migliore. Ciò non ostante, un prestigioso magazine (Cronaca Vera) mi dedicò, all'epoca due pagine, con la foto di me pieno di gomme, di fronte alla statua del David, e il titolone: "SPERIAMO NON LO ARRESTINO".
La Critica ottusa ritiene questo lavoro come un' opera fallita, perché in effetti non fu mai mai portata a termine ma soltanto tessuta parzialmente sulle pubbliche piazze di Firenze, approfittando di varie situazioni, variamente legali. Tanto meno, quest'opera incompiuta, fu mai indossata ancora dalla celebre statua del David. La Critica più acuta invece riconosce il valore autonomo di questa operazione, indipendentemente dall'opera finita, perché l'opera, in fondo é la via ("das Werk ist der Weg" o "der Werk ist das Weg" accidenti a Paul Klee): la Via comunque e non il Percorso, perché questo sarebbe tracciato in anticipo. I frammenti delle Brache per il David sono pure affidati in custodia al Segretario Politico del PCI.
EPITESTO
Tutto quanto precede fu scritto per il banale impulso di una giornalista, che aveva da fare un suo pezzo su qualche smemoranda eposizione di Arte Pneumatica, sponsorizzata anche da Pirelli. Sì: l'Arte Pneumatica che, lo ripeto ma modestamente, ho battezzato io con questo nome. So bene che il mio scritto qui di sopra può funzionare al massimo nei taglia-e-incolla da tesi di laurea e che invece, è davvero inadatto al fru-fru femminile del giornale in questione. Ma serenamente, mi sono esposto al massacro testuale, senza pretendere versioni integrali, per altro inaccettabili persino su Flash Art o su qualsiasi ogni altra rivista di sedicente arte, laddove ogni testo appartiene ai Critici mentre agli Artisti, nel migliore dei casi, appartengono soltanto le figure. Ho i miei motivi, saggiamente politici, per farmi saggiamente dilaniare oppure ignorare, come è assai più probabile.
Il motivo principale è che il neoprene è fotosensibile cioè si degrada alla luce del sole e pure a quella delle lampadine. Sì, il neoprene: è il derivato del petrolio che ora si usa per fare pneumatici, mentre l'antica gomma di caucciù, quelloche cola negli scodellini giù per gli alberi delle piantagioni, oggi la trovi più al massimo, nei preservativi o nella gomma da masticare. Perciò, ogni opera di arte pneumatica (a parte quella in preservativo, che anche di questa ne ho fatta però qui non c'entra) è destinata a distruggersi in tempi brevissimi, a meno che non stia nel buio del caveau di una banca, nell'attesa di un giudizio o esposizione universale o, forse meglio, di un'asta da Christies.
Nel frattempo, mi par giusto di fare circolare in qualche modo, anche sui settimanali femminili, questa piccola avventura. che è a mio giudizio, piuttosto banale... però è sempre meglio che niente. Come ci insegnano i Situazionisti: "quando una società distrugge la possibilità dell'avventura, resta una sola avventura possibile, che è la distruzione di quella società". Purtroppo, non avevano capito che certe società si distruggono da sole. E l'avventura è altrove, come è sempre, la vita. Buonasera, Rimbaud!
domenica, maggio 04, 2008
Cop-Rici-Sedile
Cop-Rici-Sedile è un tappeto annodato a mano in materiale riciclato, che si destina emblematicamente alle sedie, alle poltrone, ai divani e ai sedili d'automobile.>>> SLIDE SHOW
Cop-Rici-Sedile sviluppa il concetto del tappeto Re-Jeans, che si destinava emblematicamente alla funzione di scendibagno, mirando ugualmente ad estendere l'influenza culturale del tappeto nell'area della vita quotidiana: dal bagno, alla sedia, all'automobile.
Il tappeto Re-Jeans era un tessuto piatto come una stuoia, fatto col classico telaio a pedali. Cop-Rici-Sedile invece, è tessuto in rilievo come un tappeto persiano, con l'identica tecnica dei nodi sull'ordito di un telaio verticale. Rispetto al tappeto classico, varia solo il materiale dei nodi, per i quali si riciclano vecchie stoffe lacerate: di jeans ma non solo.
Ammetto con orgoglio di essermi ispirato a un umile tappeto che
copriva la cassetta di una carrozzella di Marrakech: era già quello un copri-sedile, tessuto a mano annodando degli stracci. Ho variato soltanto la densità dei nodi, la trama di fondo e ma sì, anche il disegno.
Già il tappeto Re-Jeans, scendibagno in origine, assurge allo stato di opera d'arte nella prossima Triennale Internazionale di Tournai. Probabilmente, al Cop-Rici-Sedile, si prospetta un analoga valorizzazione.
Ma la Facoltà di Tessere non mira troppo al lucro, mira piuttosto al futuro dell'arte, che sta nella massima condivisione. Perciò si istituiscono due nuovi Corsi: per apprendere a tessere Re-Jeans e Cop-Rici-Sedile, con lo stesso materiale di stracci che ogni allievo recuperi.
Già il tappeto Re-Jeans, scendibagno in origine, assurge allo stato di opera d'arte nella prossima Triennale Internazionale di Tournai. Probabilmente, al Cop-Rici-Sedile, si prospetta un analoga valorizzazione.
Ma la Facoltà di Tessere non mira troppo al lucro, mira piuttosto al futuro dell'arte, che sta nella massima condivisione. Perciò si istituiscono due nuovi Corsi: per apprendere a tessere Re-Jeans e Cop-Rici-Sedile, con lo stesso materiale di stracci che ogni allievo recuperi.
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