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Tuesday, August 19, 2008
Saturday, June 21, 2008
Lezioni Luganesi
A Lugano dal 3 al 5 Luglio, parlerò sul tessuto e l'ipertessile sociale, culturale e spirituale. Non parlerò ovviamente, per tre giorni di seguito, sebbene l'argomento sia assai vasto, ma per una ventina di minuti in ciascuna serata della seguente mostra.
E®GO IPERBOLICO
Vernice: 3 - 4 – 5 luglio 2008, dalle ore 19°° alle ore 01:00, in concomitanza con l’evento Estival Jazz Lugano, Piazza Riforma
Sede: Mya_Lurgo_Gallery, 2° piano Stabile Federale, Piazza Riforma 9, Lugano (Svizzera)
Artisti: Eva Basile, Marisa Casellini, Gaia Clerici, Caterina Crepax, Mya Lurgo, Dania Zanotto
Interventi fashion: www.temporarylove.net
Installazione “intimo X versi” del poeta, filosofo Marco Bogliani
Presentazione della mostra: Luciano Ghersi
Periodo espositivo : 6 luglio – 31 luglio, Lunedì – sabato dalle 18°° alle 23°° - ArtCafé dell’ass. OlosNoProfit
Performance: durante le serate sono previsti interventi artistici, visita il “calendario attività” al Sito internet: www.myalurgo.com
Info: + 41 (0)91 911 88 09, E-mail: myalurgo) @ (gmail.com
E®GO IPERBOLICO é un viaggio dall’abito al tessuto sociale, culturale e spirituale. ll Punto di partenza adottato per l’indagine artistica é “il dubbio”, quello necessario a pervenire a quel residuo minimo della conoscenza, che resiste a ogni incertezza, persino quella iperbolica.
Interrogarsi. Dubitare. Sfatare la trama e l’ordito dell’apparenza e dell’immagine. Travalicare moda e costume, modalità e credulità, modelli stereotipati e clonati … per essere, finalmente.
Nella ricerca dell’Essenziale Respiro della Vita, l’interrogarsi umano si fa prima speranza e poi fiducia. Fiducia di non potersi portare troppo lontano dall’ Essere Uni-versatile che ci anima. (Mya Lurgo)
E®GO IPERBOLICO
Vernice: 3 - 4 – 5 luglio 2008, dalle ore 19°° alle ore 01:00, in concomitanza con l’evento Estival Jazz Lugano, Piazza Riforma
Sede: Mya_Lurgo_Gallery, 2° piano Stabile Federale, Piazza Riforma 9, Lugano (Svizzera)
Artisti: Eva Basile, Marisa Casellini, Gaia Clerici, Caterina Crepax, Mya Lurgo, Dania Zanotto
Interventi fashion: www.temporarylove.net
Installazione “intimo X versi” del poeta, filosofo Marco Bogliani
Presentazione della mostra: Luciano Ghersi
Periodo espositivo : 6 luglio – 31 luglio, Lunedì – sabato dalle 18°° alle 23°° - ArtCafé dell’ass. OlosNoProfit
Performance: durante le serate sono previsti interventi artistici, visita il “calendario attività” al Sito internet: www.myalurgo.com
Info: + 41 (0)91 911 88 09, E-mail: myalurgo) @ (gmail.com
E®GO IPERBOLICO é un viaggio dall’abito al tessuto sociale, culturale e spirituale. ll Punto di partenza adottato per l’indagine artistica é “il dubbio”, quello necessario a pervenire a quel residuo minimo della conoscenza, che resiste a ogni incertezza, persino quella iperbolica.
Interrogarsi. Dubitare. Sfatare la trama e l’ordito dell’apparenza e dell’immagine. Travalicare moda e costume, modalità e credulità, modelli stereotipati e clonati … per essere, finalmente.
Nella ricerca dell’Essenziale Respiro della Vita, l’interrogarsi umano si fa prima speranza e poi fiducia. Fiducia di non potersi portare troppo lontano dall’ Essere Uni-versatile che ci anima. (Mya Lurgo)
Saturday, May 10, 2008
Telai e Biciclette

E' il telaio di una volta, per la tessitura a mano.
Poi fu inventato il telaio della bicicletta e ancor dopo, il telaio dell'automobile.
Oggi quest'ultimo è superato della carrozzeria portante, che fa a meno del telaio.
Discutendo di evoluzione, la nobel Rita Levi Montalcini, paragona gli insetti alle bici: non si sono più evoluti perché sono due modelli già perfetti.
Oggi quest'ultimo è superato della carrozzeria portante, che fa a meno del telaio.
La bicicletta invece, non si evoluta affatto, a parte trascurabili accessori.
Discutendo di evoluzione, la nobel Rita Levi Montalcini, paragona gli insetti alle bici: non si sono più evoluti perché sono due modelli già perfetti.
Anzi aggiunge che l'insetto già perfetto può sostituire il dominio dell'uomo, ancora imperfetto, e sempre ossessionato dalla Crescita (che, destra o sinistra, mai si discute, aggiungerei io).
Per opporci al dominio della Crescita... e poi degli Insetti, conviene tornare alla Bici.
Forse anche al telaio delle tele (che è perfetto anche questo, lasciatemi dire).
Monday, May 05, 2008
Arte Pneumatica
TESTO
Non vanto affatto di avere inventato l'Arte Pneumatica. Ho solo dato un nome a quell'antica pratica di riciclare le gomme da ruota: per trasformarle in sandali, in secchie da pozzo, fioriere, balocchi e preservativi per vario bestiame. Be', si consenta qui un breve intermezzo polemico (o magari politico, per meglio dire). Se un ciabattino Africano trasforma in scarpa un vecchio copertone, si parlerà al massimo di "design miserabile". Se invece, a un Artista, gli riuscisse di fare lo stesso, apprezzeremmo subito il suo ardito gioco concettuale, tra locomozione meccanica e umana: la gomma che era suola per la ruota, oplà, che ti diventa un pneumatico da piede. Ciò sarebbe un sublime pensiero, mica basso artigianato... ma quello o quella che contemplò per primo il nido degli uccelli, o la ragnatela, e che poi, stravolgendo la loro struttura, fece esplodere dal nulla la prima tessitura, non era lui forse (o lei, non importa), un artista ispirato? Ci dicono no. E' un "no" che sostiene anche Pablo Picasso, con motivi fondati ma non tutti confessabili. Insomma Picasso ci dice : "non importa cosa faccia un artista, ci importa soprattutto, lui, chi è"... e non stiamo a riverire quei selvaggi, piuttosto copiamoli, se ci conviene.
Fine dell'intermezzo polemico e politico o filosofico, addirittura (chi voglia approfondire, può rivolgersi a "I Dialoghi di Porchione", disponibili in formato PDF).
Ora, attenzione: continua l'Artista! Che ci racconterà? Ci svelerà i segreti della sua creazione? Silenzio, ascoltatelo con reverenza! Se non arrivaste all'altezza di comprendere, la sola reverenza vi conforterà. Shhh!
>>> FOTO
I miei lavori di arte pneumatica non sono nati da un preventivo interesse per il materiale. Mi ero appena inventato il giunto di Ling, che è una parola d'incastro tra link e ring (in Inglese: legame ed anello). Questo Ling è come un nodo, che collega tra loro degli anelli flessibili, creando così delle reti tridimensionali: strutture topologiche, così si potrebbero dire. Certo, i pneumatici sono pure elastici e le officine te li regalano. Affettandoli come salami, si ottengono centinaia di anelli. E tutto a costo zero, col plusvalore di andare tra i meccanici a farsi regalare dei rifiuti, altrimenti soggetti all'imposta sul tossico.
Ho così realizzato una rete piramidale più alta di un metro, per quanto ogni misura sia qui sempre elastica e dunque difficile da precisare. Questa rete si comporta purtroppo, come un mollusco: non si regge in piedi da sé. Perciò le ho costruito un esoscheletro con certe canne in plastica per gli ortaggi rampicanti. Poi sono andato a trovare un amico, collezionista artistico di astruserie. Gli ho montato lì per lì la mia piramide, con grande effetto ma con scarso successo, perché lui non l'ha comprata. Peccato, perché quella fu davvero una performance irripetibile ma destinata all'oblio. Infatti, la rete piramidale poi trovò un altro mezzo per reggersi in piedi, mentre le canne tornavano all'orto, per farci rampicare i fagiolini.
L'evoluzione artistica della piramide, da allora, imbocca un'altra via. Mai più di esoscheletri rigidi ma invece: un endoscheletro pneumatico, concettualmente molto più pulito. Mai più di performance privato-commerciali ma invece: performance in pubblico e no-profit, che improvvisavo in zone autogestite, fra lazzaroni anarchici da Centro Sociale. Gli facevo gonfiare tanti palloncini, che poi ncastravamo ordinatamente, in ogni reticolo di tutta la rete. Procurata così l'erezione della piramide, la si lanciava in pista, addosso chi ballava. Così, senza sforzo, si creava un gioco di rimbalzi, lievemente più gentile del tradizionale ballo a spintoni. Poi va tutto sotto i tacchi degli anfibi, finché non scoppia l'ultimo dei palloncini. Sopravvive un informe groviglio di gomma, che però è sempre l'anima o la struttura della piramide, risuscitabile per un'altra performance (si accettano inviti retribuiti anche da scuole, discoteche e musei).
Con lil solito sistema dei nodi Ling, ho poi fatto una veste per donna di gomma, che misi addosso a una bambola gonfiabile: così ne esaltava la carica erotica. Con la bambola a cavallo della bici, partecipavo a Critical Mass. Concettualmente, era ineccepibile, perché la veste era in roba da bici. Al Museo del Tessuto di Prato, mi porto la bambola sopra le spalle, nascondendomi sotto come in un burqa. Allora il Direttore del Museo dapprincipio, non mi riconosce però dopo mi fa i suoi complimenti.
Ho collegato anche gomme intere, senza affettarle come dei salami: già il pneumatico è un anello di per sé, è un macro-anello, per così dire. Qui usavo solo le gomme da bici: perché sono più elastiche leggere di quelle da automobile, ma fino a un certo punto, come si dirà. A parte certi ambienti spregevoli, e un Goethe Institut Inter Nationes, ho infestato in tal modo anche la corte di un palazzo medievale. Naturalmente, fece un effetto orrido a tutti fanatici delle antichità. Però tutti entravano in quella ragnatela, si appoggiavano, la facevano vibrare. I bambini, entusiasti, collaudavano fino allo spasimo, la tenuta della tenso-struttura. E qui l'Artista gode come un ragno.
Poi siccome nella vita, sarei anche tessitore, ho infilato le gomme, come trama pneumatica, dentro l'ordito di un telaio a mano. Così nacque un kimono ciclistico: il famoso "Bikemono", tutto tessuto con lgomme scoppiate di bicicletta, oltre a un nastrino di trina bianca, per la bellezza della decorazione. La triennale del Kimono poi non lo ha voluto ammettere ma il suo unico difetto è che pesava venti chili. Non mi ancora riuscito a trovare un ciclista che lo voglia comprare, neppure in Giappone, dove i kimono avrebbero mercato. Sicché ho dovuto affidarlo in custodia al Segretario Politico del PCI (Partito Ciclista Italiano), perciò si capisce quanto è poco al sicuro. E anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Visto che ormai, mi ero rimesso a tessere, ho cercato di costringere le gomme a fare da ordito, oltre che solamente da trama pneumatica. Era quasi una sfida professionale, che richiedeva un telaio particolare. Proprio allora, per pura fortuna, ero stato invitato a insegnare, in qualche modo, la tessitura in un Istituto Statale d'Arte (dicesi ISA). Così utilizzo gli stessi studenti come fossero elementi di un telaio: questo è il cosiddetto "telaio umano", che certamente non ho inventato io né, certamente, una Paola Besana: già a me fu descritto come un'antichità negli anni '70 del secolo scorso:L'ho riproposto senza vergogna e che male c'è? Non c'è mica brevetti! Questo Telaio Umano, probabilmente, risale agli Egizi, altrimenti sarebbero inspiegabili i tessuti giganteschi rinvenuti, che gli Egizi tessevano, evidentemente, per vestire le statue degli dei. Anche questa è un antica abitudine (che, a mio modo ripresi, come in parte e più oltre, si vedrà).
Con gli studenti del mio Istituto d'Arte, invece si tesse un'amaca pneumatica ma siccome poi loro l'adoperano come una fionda a proiettili unani, dovrò appenderla più in alto, perché nessuno più arrivi ad entrarci, né a farsi fiondare e sfracellarsi. Così la povera Amaca Pneumatica non fu mai più veramente un'amaca: restò lassù sospesa tra due colonne rinascimentali, nel venerndo chiostro dell'Istituto, senza accogliere più corpi in sospensione, solo cavilli estetici d'interpretazione per il deambulo dei Professori. Poi la ex-amaca, che fine avrà fatto, dopo la fine dell'anno scolastico? Ma anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Con lo stesso sistema del telaio umano, e con le gomme delle biciclette, ho fatto poi tessere un paio di brache per il celebre David di Michelangelo. Dato che all'epoca, abitavo in Firenze, che è una città tanto ossessa dal David che te lo spaccia come posacenere. Onestamente, non ne dovrei parlare, perché si tratterebbe di un lavoro anonimo e di Arte Pubblica, nel suo senso migliore. Ciò non ostante, un prestigioso magazine (Cronaca Vera) mi dedicò, all'epoca due pagine, con la foto di me pieno di gomme, di fronte alla statua del David, e il titolone: "SPERIAMO NON LO ARRESTINO".
La Critica ottusa ritiene questo lavoro come un' opera fallita, perché in effetti non fu mai mai portata a termine ma soltanto tessuta parzialmente sulle pubbliche piazze di Firenze, approfittando di varie situazioni, variamente legali. Tanto meno, quest'opera incompiuta, fu mai indossata ancora dalla celebre statua del David. La Critica più acuta invece riconosce il valore autonomo di questa operazione, indipendentemente dall'opera finita, perché l'opera, in fondo é la via ("das Werk ist der Weg" o "der Werk ist das Weg" accidenti a Paul Klee): la Via comunque e non il Percorso, perché questo sarebbe tracciato in anticipo. I frammenti delle Brache per il David sono pure affidati in custodia al Segretario Politico del PCI.
EPITESTO
Tutto quanto precede fu scritto per il banale impulso di una giornalista, che aveva da fare un suo pezzo su qualche smemoranda eposizione di Arte Pneumatica, sponsorizzata anche da Pirelli. Sì: l'Arte Pneumatica che, lo ripeto ma modestamente, ho battezzato io con questo nome. So bene che il mio scritto qui di sopra può funzionare al massimo nei taglia-e-incolla da tesi di laurea e che invece, è davvero inadatto al fru-fru femminile del giornale in questione. Ma serenamente, mi sono esposto al massacro testuale, senza pretendere versioni integrali, per altro inaccettabili persino su Flash Art o su qualsiasi ogni altra rivista di sedicente arte, laddove ogni testo appartiene ai Critici mentre agli Artisti, nel migliore dei casi, appartengono soltanto le figure. Ho i miei motivi, saggiamente politici, per farmi saggiamente dilaniare oppure ignorare, come è assai più probabile.
Il motivo principale è che il neoprene è fotosensibile cioè si degrada alla luce del sole e pure a quella delle lampadine. Sì, il neoprene: è il derivato del petrolio che ora si usa per fare pneumatici, mentre l'antica gomma di caucciù, quelloche cola negli scodellini giù per gli alberi delle piantagioni, oggi la trovi più al massimo, nei preservativi o nella gomma da masticare. Perciò, ogni opera di arte pneumatica (a parte quella in preservativo, che anche di questa ne ho fatta però qui non c'entra) è destinata a distruggersi in tempi brevissimi, a meno che non stia nel buio del caveau di una banca, nell'attesa di un giudizio o esposizione universale o, forse meglio, di un'asta da Christies.
Nel frattempo, mi par giusto di fare circolare in qualche modo, anche sui settimanali femminili, questa piccola avventura. che è a mio giudizio, piuttosto banale... però è sempre meglio che niente. Come ci insegnano i Situazionisti: "quando una società distrugge la possibilità dell'avventura, resta una sola avventura possibile, che è la distruzione di quella società". Purtroppo, non avevano capito che certe società si distruggono da sole. E l'avventura è altrove, come è sempre, la vita. Buonasera, Rimbaud!
Non vanto affatto di avere inventato l'Arte Pneumatica. Ho solo dato un nome a quell'antica pratica di riciclare le gomme da ruota: per trasformarle in sandali, in secchie da pozzo, fioriere, balocchi e preservativi per vario bestiame. Be', si consenta qui un breve intermezzo polemico (o magari politico, per meglio dire). Se un ciabattino Africano trasforma in scarpa un vecchio copertone, si parlerà al massimo di "design miserabile". Se invece, a un Artista, gli riuscisse di fare lo stesso, apprezzeremmo subito il suo ardito gioco concettuale, tra locomozione meccanica e umana: la gomma che era suola per la ruota, oplà, che ti diventa un pneumatico da piede. Ciò sarebbe un sublime pensiero, mica basso artigianato... ma quello o quella che contemplò per primo il nido degli uccelli, o la ragnatela, e che poi, stravolgendo la loro struttura, fece esplodere dal nulla la prima tessitura, non era lui forse (o lei, non importa), un artista ispirato? Ci dicono no. E' un "no" che sostiene anche Pablo Picasso, con motivi fondati ma non tutti confessabili. Insomma Picasso ci dice : "non importa cosa faccia un artista, ci importa soprattutto, lui, chi è"... e non stiamo a riverire quei selvaggi, piuttosto copiamoli, se ci conviene.
Fine dell'intermezzo polemico e politico o filosofico, addirittura (chi voglia approfondire, può rivolgersi a "I Dialoghi di Porchione", disponibili in formato PDF).
Ora, attenzione: continua l'Artista! Che ci racconterà? Ci svelerà i segreti della sua creazione? Silenzio, ascoltatelo con reverenza! Se non arrivaste all'altezza di comprendere, la sola reverenza vi conforterà. Shhh!
>>> FOTO
I miei lavori di arte pneumatica non sono nati da un preventivo interesse per il materiale. Mi ero appena inventato il giunto di Ling, che è una parola d'incastro tra link e ring (in Inglese: legame ed anello). Questo Ling è come un nodo, che collega tra loro degli anelli flessibili, creando così delle reti tridimensionali: strutture topologiche, così si potrebbero dire. Certo, i pneumatici sono pure elastici e le officine te li regalano. Affettandoli come salami, si ottengono centinaia di anelli. E tutto a costo zero, col plusvalore di andare tra i meccanici a farsi regalare dei rifiuti, altrimenti soggetti all'imposta sul tossico.
Ho così realizzato una rete piramidale più alta di un metro, per quanto ogni misura sia qui sempre elastica e dunque difficile da precisare. Questa rete si comporta purtroppo, come un mollusco: non si regge in piedi da sé. Perciò le ho costruito un esoscheletro con certe canne in plastica per gli ortaggi rampicanti. Poi sono andato a trovare un amico, collezionista artistico di astruserie. Gli ho montato lì per lì la mia piramide, con grande effetto ma con scarso successo, perché lui non l'ha comprata. Peccato, perché quella fu davvero una performance irripetibile ma destinata all'oblio. Infatti, la rete piramidale poi trovò un altro mezzo per reggersi in piedi, mentre le canne tornavano all'orto, per farci rampicare i fagiolini.
L'evoluzione artistica della piramide, da allora, imbocca un'altra via. Mai più di esoscheletri rigidi ma invece: un endoscheletro pneumatico, concettualmente molto più pulito. Mai più di performance privato-commerciali ma invece: performance in pubblico e no-profit, che improvvisavo in zone autogestite, fra lazzaroni anarchici da Centro Sociale. Gli facevo gonfiare tanti palloncini, che poi ncastravamo ordinatamente, in ogni reticolo di tutta la rete. Procurata così l'erezione della piramide, la si lanciava in pista, addosso chi ballava. Così, senza sforzo, si creava un gioco di rimbalzi, lievemente più gentile del tradizionale ballo a spintoni. Poi va tutto sotto i tacchi degli anfibi, finché non scoppia l'ultimo dei palloncini. Sopravvive un informe groviglio di gomma, che però è sempre l'anima o la struttura della piramide, risuscitabile per un'altra performance (si accettano inviti retribuiti anche da scuole, discoteche e musei).
Con lil solito sistema dei nodi Ling, ho poi fatto una veste per donna di gomma, che misi addosso a una bambola gonfiabile: così ne esaltava la carica erotica. Con la bambola a cavallo della bici, partecipavo a Critical Mass. Concettualmente, era ineccepibile, perché la veste era in roba da bici. Al Museo del Tessuto di Prato, mi porto la bambola sopra le spalle, nascondendomi sotto come in un burqa. Allora il Direttore del Museo dapprincipio, non mi riconosce però dopo mi fa i suoi complimenti.
Ho collegato anche gomme intere, senza affettarle come dei salami: già il pneumatico è un anello di per sé, è un macro-anello, per così dire. Qui usavo solo le gomme da bici: perché sono più elastiche leggere di quelle da automobile, ma fino a un certo punto, come si dirà. A parte certi ambienti spregevoli, e un Goethe Institut Inter Nationes, ho infestato in tal modo anche la corte di un palazzo medievale. Naturalmente, fece un effetto orrido a tutti fanatici delle antichità. Però tutti entravano in quella ragnatela, si appoggiavano, la facevano vibrare. I bambini, entusiasti, collaudavano fino allo spasimo, la tenuta della tenso-struttura. E qui l'Artista gode come un ragno.
Poi siccome nella vita, sarei anche tessitore, ho infilato le gomme, come trama pneumatica, dentro l'ordito di un telaio a mano. Così nacque un kimono ciclistico: il famoso "Bikemono", tutto tessuto con lgomme scoppiate di bicicletta, oltre a un nastrino di trina bianca, per la bellezza della decorazione. La triennale del Kimono poi non lo ha voluto ammettere ma il suo unico difetto è che pesava venti chili. Non mi ancora riuscito a trovare un ciclista che lo voglia comprare, neppure in Giappone, dove i kimono avrebbero mercato. Sicché ho dovuto affidarlo in custodia al Segretario Politico del PCI (Partito Ciclista Italiano), perciò si capisce quanto è poco al sicuro. E anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Visto che ormai, mi ero rimesso a tessere, ho cercato di costringere le gomme a fare da ordito, oltre che solamente da trama pneumatica. Era quasi una sfida professionale, che richiedeva un telaio particolare. Proprio allora, per pura fortuna, ero stato invitato a insegnare, in qualche modo, la tessitura in un Istituto Statale d'Arte (dicesi ISA). Così utilizzo gli stessi studenti come fossero elementi di un telaio: questo è il cosiddetto "telaio umano", che certamente non ho inventato io né, certamente, una Paola Besana: già a me fu descritto come un'antichità negli anni '70 del secolo scorso:L'ho riproposto senza vergogna e che male c'è? Non c'è mica brevetti! Questo Telaio Umano, probabilmente, risale agli Egizi, altrimenti sarebbero inspiegabili i tessuti giganteschi rinvenuti, che gli Egizi tessevano, evidentemente, per vestire le statue degli dei. Anche questa è un antica abitudine (che, a mio modo ripresi, come in parte e più oltre, si vedrà).
Con gli studenti del mio Istituto d'Arte, invece si tesse un'amaca pneumatica ma siccome poi loro l'adoperano come una fionda a proiettili unani, dovrò appenderla più in alto, perché nessuno più arrivi ad entrarci, né a farsi fiondare e sfracellarsi. Così la povera Amaca Pneumatica non fu mai più veramente un'amaca: restò lassù sospesa tra due colonne rinascimentali, nel venerndo chiostro dell'Istituto, senza accogliere più corpi in sospensione, solo cavilli estetici d'interpretazione per il deambulo dei Professori. Poi la ex-amaca, che fine avrà fatto, dopo la fine dell'anno scolastico? Ma anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Con lo stesso sistema del telaio umano, e con le gomme delle biciclette, ho fatto poi tessere un paio di brache per il celebre David di Michelangelo. Dato che all'epoca, abitavo in Firenze, che è una città tanto ossessa dal David che te lo spaccia come posacenere. Onestamente, non ne dovrei parlare, perché si tratterebbe di un lavoro anonimo e di Arte Pubblica, nel suo senso migliore. Ciò non ostante, un prestigioso magazine (Cronaca Vera) mi dedicò, all'epoca due pagine, con la foto di me pieno di gomme, di fronte alla statua del David, e il titolone: "SPERIAMO NON LO ARRESTINO".
La Critica ottusa ritiene questo lavoro come un' opera fallita, perché in effetti non fu mai mai portata a termine ma soltanto tessuta parzialmente sulle pubbliche piazze di Firenze, approfittando di varie situazioni, variamente legali. Tanto meno, quest'opera incompiuta, fu mai indossata ancora dalla celebre statua del David. La Critica più acuta invece riconosce il valore autonomo di questa operazione, indipendentemente dall'opera finita, perché l'opera, in fondo é la via ("das Werk ist der Weg" o "der Werk ist das Weg" accidenti a Paul Klee): la Via comunque e non il Percorso, perché questo sarebbe tracciato in anticipo. I frammenti delle Brache per il David sono pure affidati in custodia al Segretario Politico del PCI.
EPITESTO
Tutto quanto precede fu scritto per il banale impulso di una giornalista, che aveva da fare un suo pezzo su qualche smemoranda eposizione di Arte Pneumatica, sponsorizzata anche da Pirelli. Sì: l'Arte Pneumatica che, lo ripeto ma modestamente, ho battezzato io con questo nome. So bene che il mio scritto qui di sopra può funzionare al massimo nei taglia-e-incolla da tesi di laurea e che invece, è davvero inadatto al fru-fru femminile del giornale in questione. Ma serenamente, mi sono esposto al massacro testuale, senza pretendere versioni integrali, per altro inaccettabili persino su Flash Art o su qualsiasi ogni altra rivista di sedicente arte, laddove ogni testo appartiene ai Critici mentre agli Artisti, nel migliore dei casi, appartengono soltanto le figure. Ho i miei motivi, saggiamente politici, per farmi saggiamente dilaniare oppure ignorare, come è assai più probabile.
Il motivo principale è che il neoprene è fotosensibile cioè si degrada alla luce del sole e pure a quella delle lampadine. Sì, il neoprene: è il derivato del petrolio che ora si usa per fare pneumatici, mentre l'antica gomma di caucciù, quelloche cola negli scodellini giù per gli alberi delle piantagioni, oggi la trovi più al massimo, nei preservativi o nella gomma da masticare. Perciò, ogni opera di arte pneumatica (a parte quella in preservativo, che anche di questa ne ho fatta però qui non c'entra) è destinata a distruggersi in tempi brevissimi, a meno che non stia nel buio del caveau di una banca, nell'attesa di un giudizio o esposizione universale o, forse meglio, di un'asta da Christies.
Nel frattempo, mi par giusto di fare circolare in qualche modo, anche sui settimanali femminili, questa piccola avventura. che è a mio giudizio, piuttosto banale... però è sempre meglio che niente. Come ci insegnano i Situazionisti: "quando una società distrugge la possibilità dell'avventura, resta una sola avventura possibile, che è la distruzione di quella società". Purtroppo, non avevano capito che certe società si distruggono da sole. E l'avventura è altrove, come è sempre, la vita. Buonasera, Rimbaud!
Sunday, May 04, 2008
Tappeti, automobili e sedie
note a margine di Cop-Rici-Sedile
Sul finire del secolo scorso, mi recavo nel Nepal per rintracciare un brigante di Venezia, e tintore di lane con erbe himalayane, che tesseva degli splendidi tappeti a Katmandu, all'insegna de Fontego (o fondaco) dei Tartari. Uscito di aeroporto, entrai in un taxi che aveva sui sedili dei piccoli tappeti, annodati a mano. Lo interpretai come un fortunato auspicio ma poi mi resi conto che questi tappetini stanno proprio dentro tutti i taxi nepalesi.
Vent'anni dopo, arrivo nel Sahara algerino e cii trovo altri tappeti nei ai fuoristrada dei profughi-autisti Saharawi, che mi portano a tessere per un nefando progetto di cooperazione (LINK).
Prima ancora di incontrare autisti Nepalesi e Saharawi, ho avuto mio padre che, di mestiere, stava molto al volante perché faceva il rappresentante. Il suo ambiente intimo, molto più di casa nostra, era la sua adorata automobile che, anche lui, decorava con curiosi accessori. Sicché, quando mio padre prese atto che questo suo figliolo appena laureato faceva il tessitore e non il professore, mi chiese di tessergli un bel tappeto per il suo sedile di guida.
Insomma, questa idea di infilare i tappeti nelle automobili non è davvero una novità. Certamente, in origine il tappeto sta in terra perché fu inventato da gente che sedeva per terra. Poi, non si legge come né perché, anche i popoli europei (che siedono più in alto, cioè sopra dei sedili) introdussero i tappeti nel loro arredamento. Azzarderei a scrivere un'ipotesi arbitraria ma che trova riscontri documentali negli archivi delle antiche sagrestie. Presumo che il tappeto fu introdotto in Occidente come un arredo sacro per gli altari della chiesa cattolica romana. Certamente, nell'iconografia dei tappeti orientali, si risconta ben poco di cristiano. Ma forse, ai Cristiani, gli tornava anche meglio così: non si calpestano i simboli sacri, è sacrilegio! E infatti, ogni croce fu ben presto bandita dai pavimenti a mosaico paleocristiani.
D'altra parte i Nipponici, astutamente, imponevano ai mercanti europei, che volessero sbarcare e commerciare nei loro porti, di camminare su immagini sacre del Cristianesimo. Così i Portoghesi cattolici non ebbero accesso al Giappone. Mentre invece gli Olandesi protestanti, che non tenevano ai Santi ed erano molto più tolleranti, passeggiavano tranquillamente sulle icone cristiane, intraprendendo fiorenti commerci con il Giappone. Poi oggi si parla di "civiltà moderna dell'immagine" come se fosse una gran novità... mentre invece l'immagine è proprio la radice di ogni civiltà.
Tornando alla questione del tappeto, può darsi che questo arrivasse in Europa con il bottino delle Crociate e si destinasse agli altari di chiesa ma pure ai palazzi dei Nobili. D'altra parte, i Re Cattolici che invasero la Spagna, non vi estirparono insieme con l'Islam pure l'arte del tappeto, che invece continua a fiorire per secoli, con gusto europeo, fornendo di arredi preziosi gli aristocratici laici ed ecclesiastici.
Poi si arricchisce anche il Terzo Stato, la famosa Borghesia, che finalmente avrà la facoltà di adottare i costumi e gli arredi dell'Aristocrazia, sempre da essa invidiata ed ammirata per la sua raffinata e lussuosa cultura... una cultura talmente raffinata da includere i tappeti orientali. Si espande così, in Occidente, la cultura del tappeto... fino alla odierna Ikea, dove si serve pure il Quarto Stato. Così oggi, il tappeto può infilarsi in ogni casa popolare. Mai nessuno qui, però ci si siede, perché prevale l'uso inveterato dei Nobili, che il tappeto avevano adottato, non l'uso dei Nomadi che l'avevano inventato.
Ammesso tutto questo, torniamo alle automobili, alla ricerca di qualche mediazione. L'automobile è sacra: è il massimo altare dell'attuale civiltà, che ammette e giustifica i sacrifici umani degli incidenti automobilistici e, ipocritamente, li chiama: incidenti stradali... come se fosse la strada ad uccidere e non le automobili. Così oggi, occorre infiltrare un tappeto artigianale nell'ambiente sacro e industriale dell'automobile: è un atto politico fondamentale! Ciascuno di questi tappeti bisbiglierebbe qualcosa di nuovo (e insieme, di antico) all'occhio e alle natiche di chi ci siede sopra: la tessitura è un fatto culturale ma la cultura è un fatto quotidiano. Non è sufficiente sostituire i quadri con degli arazzi tessuti:
nel ristretto ambito dell'arte, già si può quasi infiltrare di tutto, ma è assai più complesso ed ambizioso infiltrare gli ambienti quotidiani.
Oltre ai sedili automobilistici, occorre di occupare con dei piccoli tappeti anche i sedili statici: che siano questi privati o pubblici, domestici o pure ufficiali. Si dice che un amore straordinario può innalzarci 3 metri sopra il cielo. Intanto l'uomo bianco, e anche l'uomo di colore candeggiato, siedono sempre a qualche decimetro sopra il livello del suolo. Peggio ancora: si siedono a tavola nascondendoci sotto più di mezzo corpo: la cosiddetta metà inferiore. E' così che socializzano, convivono e stringono accordi internazionali: seduti attorno un tavolo ma sotto sotto, e segretamente, gli sporcaccioni si fanno "piedino". Se per caso, al di fuori della spiaggia, dove è lecita persino la nudità del piede, si incontra per caso qualcuno di aspetto civile che sieda per terra, viene spontaneo chiedergli se non stia facendo yoga o qualche altra esotica meditazione.
Si può anche sorridere anzi, si deve... ma senza tappeti, come fate a volare?
Sul finire del secolo scorso, mi recavo nel Nepal per rintracciare un brigante di Venezia, e tintore di lane con erbe himalayane, che tesseva degli splendidi tappeti a Katmandu, all'insegna de Fontego (o fondaco) dei Tartari. Uscito di aeroporto, entrai in un taxi che aveva sui sedili dei piccoli tappeti, annodati a mano. Lo interpretai come un fortunato auspicio ma poi mi resi conto che questi tappetini stanno proprio dentro tutti i taxi nepalesi.
Vent'anni dopo, arrivo nel Sahara algerino e cii trovo altri tappeti nei ai fuoristrada dei profughi-autisti Saharawi, che mi portano a tessere per un nefando progetto di cooperazione (LINK).
Prima ancora di incontrare autisti Nepalesi e Saharawi, ho avuto mio padre che, di mestiere, stava molto al volante perché faceva il rappresentante. Il suo ambiente intimo, molto più di casa nostra, era la sua adorata automobile che, anche lui, decorava con curiosi accessori. Sicché, quando mio padre prese atto che questo suo figliolo appena laureato faceva il tessitore e non il professore, mi chiese di tessergli un bel tappeto per il suo sedile di guida.
Insomma, questa idea di infilare i tappeti nelle automobili non è davvero una novità. Certamente, in origine il tappeto sta in terra perché fu inventato da gente che sedeva per terra. Poi, non si legge come né perché, anche i popoli europei (che siedono più in alto, cioè sopra dei sedili) introdussero i tappeti nel loro arredamento. Azzarderei a scrivere un'ipotesi arbitraria ma che trova riscontri documentali negli archivi delle antiche sagrestie. Presumo che il tappeto fu introdotto in Occidente come un arredo sacro per gli altari della chiesa cattolica romana. Certamente, nell'iconografia dei tappeti orientali, si risconta ben poco di cristiano. Ma forse, ai Cristiani, gli tornava anche meglio così: non si calpestano i simboli sacri, è sacrilegio! E infatti, ogni croce fu ben presto bandita dai pavimenti a mosaico paleocristiani.
D'altra parte i Nipponici, astutamente, imponevano ai mercanti europei, che volessero sbarcare e commerciare nei loro porti, di camminare su immagini sacre del Cristianesimo. Così i Portoghesi cattolici non ebbero accesso al Giappone. Mentre invece gli Olandesi protestanti, che non tenevano ai Santi ed erano molto più tolleranti, passeggiavano tranquillamente sulle icone cristiane, intraprendendo fiorenti commerci con il Giappone. Poi oggi si parla di "civiltà moderna dell'immagine" come se fosse una gran novità... mentre invece l'immagine è proprio la radice di ogni civiltà.
Tornando alla questione del tappeto, può darsi che questo arrivasse in Europa con il bottino delle Crociate e si destinasse agli altari di chiesa ma pure ai palazzi dei Nobili. D'altra parte, i Re Cattolici che invasero la Spagna, non vi estirparono insieme con l'Islam pure l'arte del tappeto, che invece continua a fiorire per secoli, con gusto europeo, fornendo di arredi preziosi gli aristocratici laici ed ecclesiastici.
Poi si arricchisce anche il Terzo Stato, la famosa Borghesia, che finalmente avrà la facoltà di adottare i costumi e gli arredi dell'Aristocrazia, sempre da essa invidiata ed ammirata per la sua raffinata e lussuosa cultura... una cultura talmente raffinata da includere i tappeti orientali. Si espande così, in Occidente, la cultura del tappeto... fino alla odierna Ikea, dove si serve pure il Quarto Stato. Così oggi, il tappeto può infilarsi in ogni casa popolare. Mai nessuno qui, però ci si siede, perché prevale l'uso inveterato dei Nobili, che il tappeto avevano adottato, non l'uso dei Nomadi che l'avevano inventato.
Ammesso tutto questo, torniamo alle automobili, alla ricerca di qualche mediazione. L'automobile è sacra: è il massimo altare dell'attuale civiltà, che ammette e giustifica i sacrifici umani degli incidenti automobilistici e, ipocritamente, li chiama: incidenti stradali... come se fosse la strada ad uccidere e non le automobili. Così oggi, occorre infiltrare un tappeto artigianale nell'ambiente sacro e industriale dell'automobile: è un atto politico fondamentale! Ciascuno di questi tappeti bisbiglierebbe qualcosa di nuovo (e insieme, di antico) all'occhio e alle natiche di chi ci siede sopra: la tessitura è un fatto culturale ma la cultura è un fatto quotidiano. Non è sufficiente sostituire i quadri con degli arazzi tessuti:
nel ristretto ambito dell'arte, già si può quasi infiltrare di tutto, ma è assai più complesso ed ambizioso infiltrare gli ambienti quotidiani.
Oltre ai sedili automobilistici, occorre di occupare con dei piccoli tappeti anche i sedili statici: che siano questi privati o pubblici, domestici o pure ufficiali. Si dice che un amore straordinario può innalzarci 3 metri sopra il cielo. Intanto l'uomo bianco, e anche l'uomo di colore candeggiato, siedono sempre a qualche decimetro sopra il livello del suolo. Peggio ancora: si siedono a tavola nascondendoci sotto più di mezzo corpo: la cosiddetta metà inferiore. E' così che socializzano, convivono e stringono accordi internazionali: seduti attorno un tavolo ma sotto sotto, e segretamente, gli sporcaccioni si fanno "piedino". Se per caso, al di fuori della spiaggia, dove è lecita persino la nudità del piede, si incontra per caso qualcuno di aspetto civile che sieda per terra, viene spontaneo chiedergli se non stia facendo yoga o qualche altra esotica meditazione.
Si può anche sorridere anzi, si deve... ma senza tappeti, come fate a volare?
Thursday, April 10, 2008
Wednesday, February 27, 2008
Friday, February 15, 2008
Monday, February 11, 2008
Wednesday, December 19, 2007
la notte dei presepi viventi

Risiedo a mala pena da un anno nell'antico borgo di Porchiano, nell'Umbria. A questo mio primo Natale in paese, i miei neo-compaesani mi hanno offerto una parte nel loro presepe vivente. Sarei io, esattamente, il neo-compaesano, mentre loro risiedono da vari secoli. Comunque, nel presepe, starò ad interpretare il Tessitore. Il che in effetti, è il mio vero mestiere: lo faccio ancora a mano, da trent'anni, e lo faccio "col telaio di una volta". Sembra una fiaba ma invece è realtà. E mi pare una realtà contemporanea, i miei lavori almeno, rientrano in musei e gallerie di arte, appunto, contemporanea. Del resto, c'è un grande passato nel nostro futuro o viceversa, come suol dirsi. Da lontano si viene per andare lontano.
Ma quando racconto che starò nel presepe, certi amici, anche loro arrivati in paese da fuori, arricciano il naso. Potrei rispondergli come Eduardo: "Non te piace o presepe? E allora va' a casa di quei delinquenti che no je piace o presepe! (E. De Filippo, Natale in casa Cupiello). Fatto è che in italia, si butta ogni cosa in politica... ma quale politica? duellini porta a porta per un televisore! Purtroppo i miei amici intellettuali siano convinti dogmaticamente che il presepe non è di sinistra, culturalmente, tranne il caso che non lo si ambienti ambienti nell'odierna Palestina occupata, con il Bambino in fasce di kefya e con Erode in divisa israeliana.
Ma questo non è il caso di Porchiano: i nostri costumi e scenografie, in teoria, sono d'epoca, che sarebbe l'anno zero del corrente calendario. In pratica, per gli attrezzi degli antichi mestieri, si è spolverato dalle cantine ogni oggetto dismesso degli antenati. Roba che al massimo, avrà forse un secolo e che, neppure per foggia e modello, risalirebbe oltre il medio evo. Per i costumi, ci s'è arrangiati creativamente, senza troppo preoccuparsi della storia del costume.
E c'è pure una storia del costume nel presepe, con esperti che distinguono i falsi dalle autentiche statuine di valore. I collezionisti se le contendono, senza badare a chi gliele offre... fosse un ladro in sacrestia dei sacri arredi, come lo canta Dante. In questa storia di presepi e costumi, si incontrano certe statuine liguri del XVIII secolo che indossano calzoni in tela jeans. Così vestivano i popolani dell'epoca e questo stesso nome nome di "blue jeans" è una storpiatura del termine "blu genovese". Ma ciò vuol che nel '700, già si facevano presepi in costume ed in ambiente contemporaneo.
Questo comunque, non è il caso di Porchiano: gli oggetti rinvenuti in cantina non sono affatto contemporanei. Sono anzi chiaramente, oggetti del passato: oggi invece, qui si usano trattori, motozappe e motoseghe, motofalci e mototutto. Ma ancora, i miei amici intellettuali arricciano il naso sulla pretesa autenticità della nostra installazione presepiale. Senza accorgersi che le loro stesse case sono ingombre di uguali antichità: tutti mobili e soprammobili, questi loro, neppure ereditati ma banalmente acquistati da qualche antiquario o scovati (si dice: per una sciocchezza) frugando bancarelle e mercatini. Se i miei amici invece, possedessero ancora qualche attrezzo dei propri antenati, forse andrebbero fieri di esporlo in presepe.
Ciascuno ha i suoi morti, è inevitabile: senza antenati, nessuno sarebbe mai nato. Oggi a Natale si celebra la Natività. Però, in questi stessi giorni dell'anno, si celebrava un tempo, la festa dei morti. Sembra contraddittorio ma è logico: questa logica dei contrari, o dialettica, non l'hanno inventata né Hegel né Marx, mi dispiace per gli amici intellettuali di sinistra. La logica dialettica delle classi subalterne si manifestava pubblicamente nel Carnevale: con le sue maschere della Morte Gravida o della Vecchia Incinta, con bimbi venerati come vescovi, con asini adorati sugli altari delle chiese (e che non mancano mai nei presepi).
La storia sacra ci insegna che il presepe fu inventato da Francesco e che Assisi ne conserva la capanna originale: a Santa Maria degli Angeli, per la precisione. Può anche darsi che quella capanna sia autentica però non fu affatto la prima, mi spiace per l'Umbria, cui verrebbe sottratto il primato dell'invenzione. Il De Simone, antropologo napoletano, ha studiato il presepe e vi ha rintracciato ancestrali rituali pagani. Le statuine del presepe, in origine, rappresentavano i Lari: divinità domestiche del focolare e cioè, gli antenati di ciascuna famiglia.
Intendiamoci: qui non si tratta di quel paganesimo che fu religione ufficiale dell'antica Roma, con i suoi templi immensi e con i suoi celebri dei. Per i Latini, paganus significa "rustico" (da pagus: borgo) ma dopo significa anche "non cristiano" perché il Cristianesimo tardò ad affermarsi nelle campagne. Naturalmente allora, "pagano" connotava anche in senso spregiativo, perché era religione del villano. "Villano" che ugualmente, in origine, era il campagnolo ma che oggi significa maleducato. Come "lazzarone" e "zotico", altre parole per indicare prima, e poi, spregiare il popolo ignorante: quel volgo che appunto, sarebbe volgare per definizione. Ma anche Dante che aveva studiato, poi volle scrivere in lingua Volgare e adesso lo studiano a scuola.
Nel presepe c' è insomma, un rito popolare precristiano offerto ai defunti, dai più recenti ai remoti antenati, fin su agli inventori ancestrali di ogni arte o attività quotidiana. Senza di essi, non faremmo che facciamo, non saremmo ciò che siamo, non esisteremmo nemmeno. E' un dato più che logico: è biologico. Così, il presepe vivente ricorderebbe i morti "villani", che altrimenti non avrebbero altri monumenti. O meglio, il presepe concilia i viventi (tutti morituri) con tutti i loro morti, che in qualche modo, sono sempre villani e sempre viventi. Così è anche il mio mestiere, di tessere a mano, dentro e fuori dal presepe. E così pregherò gli antenati di esserne degno... ma temo che gli amici arricceranno il naso una altra volta.
Dimenticavo infine, di dire che il presepe vivente di Porchiano avrà la prima cometa vivente di tutta quanta la storia del presepe: sarà una stella che cammina sui trampoli, con tutte le punte intorno alla testa, come la Statua della Libertà. E anche questa, rivendico, tra gli antenati.
Comunicato Stampa
Presepe più vivente a Porchiano
Nella cerchia turrita del borgo medievale di Porchiano, l'Associazione Culturale Santa Cristina presenta la prima edizione porchianese del Presepe Vivente. Certamente, ci sono moltissimi eventi del genere e specialmente in Umbria, almeno dai tempi di san Francesco. Ma è straordinario che un borgo piccolo come Porchiano sia riuscito a coinvolgere un così grande numero di personaggi. Infatti, sulla scena della sacra e popolare rapresentazione, oltre sessanta paesani saranno impegnati ad interpretare le attività tipiche e tradizionali. D'altra parte, l'impegno volontario di questo paese è già noto da anni per le manifestazioni dell'Estate Porchianese. Insomma, fra gli altri presepi, questo promette qualcosa di speciale. Già i manifesti. annunciano l'evento con una citazione sul presepe da Giorgio Manganelli, che il più celebre scrittore, insieme a Umberto Eco, nell'avanguardia artistica degli anni sessanta:
“Io sto macchinando per entrare nel presepe, allo stesso titolo di coloro che ora lo popolano. No, non mi basta guardare il presepe. Se io entro, io diverrò parte del Natale, capite?.
Sarò necessario alla sacra rappresentazione, e dunque una parte del senso sarà affidata alle mie mani, sarò un sodale della Madre, del Padre, del Pastore uno, del Pastore due, della Pastorella, della Vecchietta, del Ruscello, del Bue, dell’Asino, e di quant’altri vorranno accorrere alla celebrazione dell’inizio del Significato.”
Saranno offerte degustazioni dei prodotti tipici locali. Anche l'ingresso al presepe e paese è gratuito.
26 dicembre 2007 e 6 gennaio 2008, ore 17
INFO 0744 980100
Saturday, December 08, 2007
Re-jeans 3: il testo critico
Bellezze al bagno in jeans riciclato
auto-critica dello Scendibagno
I cultori dell'arte contemporanea sono disposti ad accogliere le sovversioni estetiche o concettuali. Non tutti sono aperti a sovversioni esistenziali. Vale comunque la pena di tentare. Dunque attiro la loro pregiata attenzione sui miei ultimi lavori, chiamati Re-jeans o Scendibagno. E' una proposta in apparenza umile ma che, in sostanza, è sovranamente perversa. Di fatto, il mio lavoro è un tappetino vero e proprio, che può installarsi in un vero e proprio bagno, perché è funzionale, lavabile eccetera. Nondimeno è un'autentica opera d'arte, tessuta a mano artisticamente da un artista vero e proprio, contemporaneo e storicizzato, ovvero da me stesso.
Per creare o fabbricare i miei Scendibagno, ho dovuto fare i conti con la trama ribelle dell'opera, che consiste in vecchie paia di jeans. Le ho prima lacerate e poi tessute, come negli umili tappeti di straccio: i cosiddetti pezzotti. In più nella mia tessitura, ho fatto rientrare i peculiari intoppi materici di questi pantaloni: rivetti, passanti, cuciture ribattute. Ho accantonato le cerniere lampo... che mi riservo per qualche altra opera.
Alla fine, ho pure accantonato ogni forma di ascendenza pittorica, sia geometrica che figurativa. Sono persuaso che l'arte tessile (come ad esempio, l'arte della musica) implichi forme e linguaggi propri, perfettamente autonomi, e differenti dalla pittura (e più affini alla danza, caso mai).
Così, trama facendo, senza neanche volerlo, mi sono rivolto a certe forme cinetiche della tessitura, forme che direi universali, perché si rintracciano (più o meno percepibili) pressoché ovunque: dal Copto archeologico al Kilim anatolico. Non ho definito queste forme "cinetiche" perché siano mobili: hanno anzi, da stare ben ferme... altrimenti il tessuto si disgrega!
Queste forme sono invece cinetiche logicamente, perché sono originate da fili in movimento. Forme cinetiche che, nel mio caso, sono tracciate da strisce discontinue, ricavate da jeans differenti, sia per colore che per consistenza. Mettendo in moto queste strisce eterogenee, invece dei soliti fili omogenei, non più si campiscono zone cromatiche né più si delineavano disegni precisi.
Putrroppo, il Critico ingenuo rintraccia influssi di simboli arcani persino nelle forme cinetiche della tessitura. Eppure Derrida ci ha insegnato che persino "il pensiero non vuole dire niente", ma tant'è, si ricercano ancora i significati come canditi dentro a un panettone, quando invece si ha di fronte a un pandoro (che come noto, è privo di canditi).
E siccome non vuol dire proprio niente neppure il presunto disegno di un mio Scendibagno, proprio qui, modestamente, si distilla il tormento (e l'estasi) di un lavoro alle prese con le forze segrete della creazione. Una creazione che direi estetica, per non subire il destino del giovane mozzo, personaggio di Melvile (Moby Dick, capitolo XCIII): "Aveva visto il piede di Dio sul telaio, e lo raccontava. Per questo i suoi compagni lo pigliavano per matto."
Naturalmente, uno Scendibagno, si può anche incorniciarlo, appenderlo ai muri di studio, salotto e museo... e persino riporlo con cura nel caveau di una banca, in attesa che acquisti il suo autentico valore commerciale, oltre che culturale. A parte queste installazioni e fruizioni, artisticamente normali, Scendibagno, è pure applicabile direttamente su qualsiasi tipo di suolo o di pavimento, di accampamento o di appartamento. Si può inserirlo persino in automobile.
Nondimeno, il concetto originale di queste opere, nella sua integrità, imporrebbe di installarle in un vero e proprio bagno. So benissimo che, normalmente, le opere d'arte non si tengono in bagno ma è un altro grave errore culturale, nel quale i cultori dell'arte contemporanea non dovrebbero incorrere, a scanso di vergogna ed abominio. Infatti, il bagno sarebbe l'unico spazio di meditazione che sia rimasto all'Homo Civilis o ne è, certamente, lo spazio più frequentato. Perché dunque privarsi della compagnia e del godimento di un'opera d'arte, nei nostri consueti soggiorni nel bagno?
In effetti, l'atmosfera dei bagni è decisamente umida e mal si concilia con le tele dipinte. Ci starebbero meglio delle sculture (non di bronzo perché, quando si ossida, ne scolano umori verdastri) ma non sempre c'è spazio, in un bagno, per una bella statua di marmo. Lo spazio disponibile invece, c'è sempre per un tappetino. E difatti, un tappeto nei bagni, ci sta quasi sempre... ma esso è raramente opera d'arte: è piuttosto dell'Ikea. Purtroppo, i normali tappeti d'arte non sopportano gli energici lavaggi che sono imposti da motivazioni igieniche.
Il bagno è sì, il luogo emblematico della pulizia ma è insieme anche il luogo del sudicio, dal quale ci si lava, e dove si fanno vari conti con il corpo, piuttosto indecenti. E' ritenuto impuro sopra tutto, anzi al di sotto di tutto, il pavimento del bagno, perché si crede che il microbo stia in terra, per quanto leggero ed aereo. E figurarsi dunque, in un bagno, quanto alto sia il rischio della contaminazione, pure estetica magari... ma isomma: con l'igiene non si scherza..
Solo un'opera d'arte che fosse realmente lavabile potrebbe accedere al territorio impurissimo, quale sarebbe un pavimento di bagno. Ma tale è appunto il caso di questi Scendibagno perché, tessuti in stoffa di jeans, sono robusti e lavabili ad alte temperature... e non si rovinano anzi, migliorano.
Ci sono opere d'arte che aspirano alla conservazione e ci sono altre opere che invece, si perfezionano nella degradazione, Ad esempio, un pregevole tappeto sarà più molto più bello se usato e invecchiato di quando era nuovo. in questo giudizio, interferisce senz'altro, il famigerato carisma dell'autenticità. Per il quale carisma, una bisaccia sforacchiata e bisunta, ma usata realmente di autentici nomadi, è più pregiata di un più raffinato ma nuovo esemplare.
Per quanto riguarda i miei Scendibagno, occorre anche piuttosto riferirsi alla peculiare estetica della tela jeans: è una tela accresce di pregio con l'uso, decolorandosi in varie sfumature. Da cui l'aberrazione commerciale di produrre pantaloni invecchiati artificialmente, con appositi processi di decolorazione, di abrasione e di lacerazione. Del resto, pure i tappeti d'arte, vanno soggetti ad analoghe e premeditate aggressioni...
Tornando ai cultori dell'arte contemporanea, il possesso di un tappeto Scendibagno gli offre una inconsueta procedura per contribuire alla storicizzazione (invecchiamento e autenticazione) di queste opere. Poi essi avranno l'ulteriore privilegio di non leggersi sul water uno stupido giornale: avranno lì davanti sul tappeto una fonte inesauribile di informazioni e di suggestioni, da approfondire quotidianamente.
Finalmente, nell'arte e nel bagno, anche il piede vuole la sua parte. In questi preziosi momenti, quando anche l'Homo Civilis è totalmente libero da ogni calzatura, i suoi piedi potranno assaporare le superfici riccamente materiche di Scendibagno, che oltre tutto, dà un benefico massaggio.
Per tutte le sue ottime ragioni e funzioni, Scendibagno è destinato introdurre nella storia delle arti una nuova e feconda tipologia: starà a fianco del ritatto, del sonetto, della commedia, della sinfonia... Per questo non intendo affatto brevettarlo. Sono anche disposto a insegnare come si fa. "Sono contento quando mi copiano. Questo vuol dire che ho delle buone idee." (Bruno Munari).
(Porchiano del Monte, XII 2007)
auto-critica dello Scendibagno
I cultori dell'arte contemporanea sono disposti ad accogliere le sovversioni estetiche o concettuali. Non tutti sono aperti a sovversioni esistenziali. Vale comunque la pena di tentare. Dunque attiro la loro pregiata attenzione sui miei ultimi lavori, chiamati Re-jeans o Scendibagno. E' una proposta in apparenza umile ma che, in sostanza, è sovranamente perversa. Di fatto, il mio lavoro è un tappetino vero e proprio, che può installarsi in un vero e proprio bagno, perché è funzionale, lavabile eccetera. Nondimeno è un'autentica opera d'arte, tessuta a mano artisticamente da un artista vero e proprio, contemporaneo e storicizzato, ovvero da me stesso.
Per creare o fabbricare i miei Scendibagno, ho dovuto fare i conti con la trama ribelle dell'opera, che consiste in vecchie paia di jeans. Le ho prima lacerate e poi tessute, come negli umili tappeti di straccio: i cosiddetti pezzotti. In più nella mia tessitura, ho fatto rientrare i peculiari intoppi materici di questi pantaloni: rivetti, passanti, cuciture ribattute. Ho accantonato le cerniere lampo... che mi riservo per qualche altra opera.
Alla fine, ho pure accantonato ogni forma di ascendenza pittorica, sia geometrica che figurativa. Sono persuaso che l'arte tessile (come ad esempio, l'arte della musica) implichi forme e linguaggi propri, perfettamente autonomi, e differenti dalla pittura (e più affini alla danza, caso mai).
Così, trama facendo, senza neanche volerlo, mi sono rivolto a certe forme cinetiche della tessitura, forme che direi universali, perché si rintracciano (più o meno percepibili) pressoché ovunque: dal Copto archeologico al Kilim anatolico. Non ho definito queste forme "cinetiche" perché siano mobili: hanno anzi, da stare ben ferme... altrimenti il tessuto si disgrega!
Queste forme sono invece cinetiche logicamente, perché sono originate da fili in movimento. Forme cinetiche che, nel mio caso, sono tracciate da strisce discontinue, ricavate da jeans differenti, sia per colore che per consistenza. Mettendo in moto queste strisce eterogenee, invece dei soliti fili omogenei, non più si campiscono zone cromatiche né più si delineavano disegni precisi.
Putrroppo, il Critico ingenuo rintraccia influssi di simboli arcani persino nelle forme cinetiche della tessitura. Eppure Derrida ci ha insegnato che persino "il pensiero non vuole dire niente", ma tant'è, si ricercano ancora i significati come canditi dentro a un panettone, quando invece si ha di fronte a un pandoro (che come noto, è privo di canditi).
E siccome non vuol dire proprio niente neppure il presunto disegno di un mio Scendibagno, proprio qui, modestamente, si distilla il tormento (e l'estasi) di un lavoro alle prese con le forze segrete della creazione. Una creazione che direi estetica, per non subire il destino del giovane mozzo, personaggio di Melvile (Moby Dick, capitolo XCIII): "Aveva visto il piede di Dio sul telaio, e lo raccontava. Per questo i suoi compagni lo pigliavano per matto."
Naturalmente, uno Scendibagno, si può anche incorniciarlo, appenderlo ai muri di studio, salotto e museo... e persino riporlo con cura nel caveau di una banca, in attesa che acquisti il suo autentico valore commerciale, oltre che culturale. A parte queste installazioni e fruizioni, artisticamente normali, Scendibagno, è pure applicabile direttamente su qualsiasi tipo di suolo o di pavimento, di accampamento o di appartamento. Si può inserirlo persino in automobile.
Nondimeno, il concetto originale di queste opere, nella sua integrità, imporrebbe di installarle in un vero e proprio bagno. So benissimo che, normalmente, le opere d'arte non si tengono in bagno ma è un altro grave errore culturale, nel quale i cultori dell'arte contemporanea non dovrebbero incorrere, a scanso di vergogna ed abominio. Infatti, il bagno sarebbe l'unico spazio di meditazione che sia rimasto all'Homo Civilis o ne è, certamente, lo spazio più frequentato. Perché dunque privarsi della compagnia e del godimento di un'opera d'arte, nei nostri consueti soggiorni nel bagno?
In effetti, l'atmosfera dei bagni è decisamente umida e mal si concilia con le tele dipinte. Ci starebbero meglio delle sculture (non di bronzo perché, quando si ossida, ne scolano umori verdastri) ma non sempre c'è spazio, in un bagno, per una bella statua di marmo. Lo spazio disponibile invece, c'è sempre per un tappetino. E difatti, un tappeto nei bagni, ci sta quasi sempre... ma esso è raramente opera d'arte: è piuttosto dell'Ikea. Purtroppo, i normali tappeti d'arte non sopportano gli energici lavaggi che sono imposti da motivazioni igieniche.
Il bagno è sì, il luogo emblematico della pulizia ma è insieme anche il luogo del sudicio, dal quale ci si lava, e dove si fanno vari conti con il corpo, piuttosto indecenti. E' ritenuto impuro sopra tutto, anzi al di sotto di tutto, il pavimento del bagno, perché si crede che il microbo stia in terra, per quanto leggero ed aereo. E figurarsi dunque, in un bagno, quanto alto sia il rischio della contaminazione, pure estetica magari... ma isomma: con l'igiene non si scherza..
Solo un'opera d'arte che fosse realmente lavabile potrebbe accedere al territorio impurissimo, quale sarebbe un pavimento di bagno. Ma tale è appunto il caso di questi Scendibagno perché, tessuti in stoffa di jeans, sono robusti e lavabili ad alte temperature... e non si rovinano anzi, migliorano.
Ci sono opere d'arte che aspirano alla conservazione e ci sono altre opere che invece, si perfezionano nella degradazione, Ad esempio, un pregevole tappeto sarà più molto più bello se usato e invecchiato di quando era nuovo. in questo giudizio, interferisce senz'altro, il famigerato carisma dell'autenticità. Per il quale carisma, una bisaccia sforacchiata e bisunta, ma usata realmente di autentici nomadi, è più pregiata di un più raffinato ma nuovo esemplare.
Per quanto riguarda i miei Scendibagno, occorre anche piuttosto riferirsi alla peculiare estetica della tela jeans: è una tela accresce di pregio con l'uso, decolorandosi in varie sfumature. Da cui l'aberrazione commerciale di produrre pantaloni invecchiati artificialmente, con appositi processi di decolorazione, di abrasione e di lacerazione. Del resto, pure i tappeti d'arte, vanno soggetti ad analoghe e premeditate aggressioni...
Tornando ai cultori dell'arte contemporanea, il possesso di un tappeto Scendibagno gli offre una inconsueta procedura per contribuire alla storicizzazione (invecchiamento e autenticazione) di queste opere. Poi essi avranno l'ulteriore privilegio di non leggersi sul water uno stupido giornale: avranno lì davanti sul tappeto una fonte inesauribile di informazioni e di suggestioni, da approfondire quotidianamente.
Finalmente, nell'arte e nel bagno, anche il piede vuole la sua parte. In questi preziosi momenti, quando anche l'Homo Civilis è totalmente libero da ogni calzatura, i suoi piedi potranno assaporare le superfici riccamente materiche di Scendibagno, che oltre tutto, dà un benefico massaggio.
Per tutte le sue ottime ragioni e funzioni, Scendibagno è destinato introdurre nella storia delle arti una nuova e feconda tipologia: starà a fianco del ritatto, del sonetto, della commedia, della sinfonia... Per questo non intendo affatto brevettarlo. Sono anche disposto a insegnare come si fa. "Sono contento quando mi copiano. Questo vuol dire che ho delle buone idee." (Bruno Munari).
(Porchiano del Monte, XII 2007)
Wednesday, September 26, 2007
Sempre Sassi di Davide
Sono stato al monte Amiato
dov'è morto Gesù Cristo.
Anche lui l'era socialisto
e morì per la libertà.
Son tornato a Monte Labro per visitare il tempio del santo Davide, David Lazzaretti, profeta di Arcidosso e messia dell'Amiata ( * ). E' un santo proclamato dal popolo... per la chiesa di Roma era un eretico scomunicato: comunista e garibaldino. Garibaldino, precisamente no: andò solo volontario con l'Esercito Sabaudo, nei primi attacchi allo Stato Pontificio. Quanto al suo comunismo, era mera applicazione del vangelo: "La repubblica è il Regno di Dio", era il motto di David. Peraltro, chiamava la chiesa di Roma "setta scriba e farisaica dell'idolatria papale". Ebbe religiose visioni che lo portarono a edificare riforme sociali e nuove architetture. Ebbe un grande seguito di popolo, che fu represso dopo la sua morte, avvenuta alla testa di un corteo per evitare una strage, premediata politicamente da funzionari del Regno d'Italia ( ** ).
Son tornato a Monte Labro per visitare il tempio del santo Davide... ma ci sono passati i restauratori. Ebbene, nonostante cent'anni di progressi scientifici, qui hanno fatto un lavoro peggio che Troia, la città reinventata dall'Evans, celebre archeologo ma fantasioso.
Tra i ruderi della nuova Sionne, città del santo David, ora hanno piamente sepolto la fornace per cuocere la calce, già necessaria per edificare le architetture comunitarie. Quella fornace non è ritenuta storicamente istruttiva. Eppure trasmette lo straordinario episodio dei davidiani, tutti in fila per chilometri, a passarsi di mano fascine di legna, per la fornace ardente in vetta alla montagna, dirimpetto al vulcano dell'Amiata
Il forno del pane comunitario non è invece scomparso: me nanno fatto uno nuovo, in un posto migliore anche se, ovviamente è vietato cuocerci il pane, pericolo di incendi. Sono ovviamente vietati anche tradizionali "Fuochi di Davide", i falò per l'Assunta. Tali restauri e tali divieti su luoghi del fuoco forse sarebbero da rimeditare, rispetto a David che, com'è noto, fu battezzato e ribattezzò con il fuoco.
Tutt'attorno: parapetti e scalette con tipici archetti: una piccola Disneylad di tipiche pseudorovine. "Poveri popolini, quando le macchie saranno giardini!
Così a Monte Labro, si può visitare Davidland. In questa bella impresa, c'entrano almeno il Municipio di Arcidosso, il Centro Studi David Lazzaretti, il parco Paunistico Ambientale, in cui rientra il sito e, soprattutto il Monte dei Paschi: la rapina bancaria più antica d'Europa. Mentre le Belle Arti, han ben altro a sovrintendere, che dei ruderi di officina rurale. La Torre spiralata di David è forse più rara, perchè fu progettata da un mistico sogno, però non è certo un palazzo e neppure una chiesa... non c'è troppo da spenderci in studi e contributi.
Ma gli archeologi o restauratori (o geometri, temo architetti) hanno mutato pure la sostanza, oltre alla forma delle reliquie. Non si sono occupati del recupero delle pietre originali, certo piuttosto difficili da sistemare: non presentano il taglio e il formato uniforme della pietra moderna da costruzione... né più c'è muratori di una volta. E pietre ancora scomode a pigliarsi: cadute molte giù per i dirupi, anche in seguito ai tiri di artiglieria. I militari al tempo del Fascio, bersagliarono il sito per anni di normalissime esercitazioni, senza intenti vandalici.
Così l'altr'anno, scaricavano in sito qualche bel camion di pietre fresche, con tanto cemento e tubi di ringhiera. La colossale chiavarda di ferro, con tanto di occhiello forgiato a mano, l'hanno gettata allora tra rovi, perché non resta muro più, da contenere. Invece, le pietre bellamente intagliate che incorniciavano i muri crollati, non si sono toccate ne assicurate. Di pietre scolpite, ne restano ancora qua e la, a disposizione di chi ne voglia altre trafugare, per riciclarle nei tipici casali toscani. Stesso discorso e stesso destino per quegli inutili scolatoi di pietra, affrettarsi...
Ricordo in proposito, che proprio l'architetto di Davidland approvò la mia ipotesi di un restauro lievissimo, volto a recuperare e valorizzare i pregiati manufatti lapidei, soprattutto cornici e scolatoi. Bastava ricomporli e collegarli tutti al suolo in un'opportuna disposizione. Il lavoro del cantiere di arte pubblica "I Sassi di David" aveva già propagandato coi fatti esattamente questa operazione (*** ). Si dislocarono pietre, assai meno pregiate, perimetrali al bersaglio per l'artiglieria per ricomporre il simbolo di David )+(, segno che, stranamente, si traccia con le identiche linee di un bersaglio (+). Non per nulla: era profeta.
Nel suo piccolo, il cantiere di arte pubblica fu ugualmente deriso. Salvo poi a lavori eseguiti, sfruttarne le immagini nelle pubblicazioni promozionali del Municipio. Nel suo piccolo, nel suo piccolissimo, così si va e si ripete la Storia.
-
( *) Per la storia su David lazzaretti, leggi: David Lazzaretti, la vera storia. ON LINE: Edizioni Stampalternativa
( ** ) Per il delitto di Stato, leggi: Piero Gremio; David Lazzaretti, un delitto di stato. Storia Ribelle editrice.
( *** ) Per "I Sassi di David": http://www.hypertextile.net/IAP/sasdav.htm cerca: "Istituto Arti Pubbliche" + "IAP".
Monday, July 16, 2007
la tessitura NON è quello che pensi
Intervento al convegno internazionale Il telaio Jacquard nell'Arte e nell'Educazione tessile contemporanea
Firenze 19 - 24 Luglio 2007 Fondazione Lisio Arte della Seta
Orazio, vi è più cose nel telaio e nella fibra Di quante se ne sogni la tua filosofia.
quasi Shakespeare, Amleto, Atto I

1 - la tessitura NON è quello che pensi
2 - la tessitura è quello che NON pensi
3 - NON c'è pensiero senza tessitura
Per difendere queste tesi estreme, ricorrerò in conclusione pure all'estrema difesa di un celebre avvocato del diavolo, cioè a Mefistofele.
Ho intestato il mio blog (1) con questa frase: "Faccio il tessitore ma non è quello che pensi". Così contraffacevo (oltre al Shakespere qui citato in apertura) quella classica difesa opposta dal marito alla moglie che lo sorprende a letto con l'amante: "Non arrabbiarti, cara! Non è quello che pensi." Magra scusa! Però nel mio caso è piuttosto veridica... ma non solo nel mio caso, per fortuna. Certa tessitura non è davvero quello che si pensa: non è artigianato tipico o tradizionale e neppure arte. Questo temine "Arte" ha significati incerti e storicamente mutevoli. In Italia per esempio, la tessitura è tuttora considerata arte minore, decorativa o applicata, e questo indubbiamente presuppone l'esistenza di altre arti: maggiori, non decorative e non applicate". Naturalmente, la fiber art italiana ambisce a essere ammessa tra le arti maggiori, con i vantaggi pratici che ne derivano. Parlando francamente, mi può anche interessare: in assenza di cattedre già disponibili, ho dovuto fondare una apposita "Facoltà di Tessere" Non vi dico la fatica e gli impegni di un Rettore...
Tornando a quella frase sul mio blog, non suggerivo tali questioni sullo statuto artistico della tessitura, piuttosto questionavo sull'arte in generale. Infatti, il complimento più frequente che ricevo è: "Ma il Suo lavoro è arte, mica artigianato!" Arte... e che starebbe a dire? Il significato più comunemente inteso sarebbe: "espressione con tecniche (artistiche...) di un disegno ispirato". Perciò ci sarebbe un'ispirazione. che si presenta e si rappresenta alla mente come un disegno. L'artista tradurrebbe su carta questo disegno mentale per infine, tradurlo in un opera, con le tecniche (artistiche...) di cui dispone.

Date un occhiata a questi tappeti dal Marocco, tessuti nella zona tribale di Boujad. Non affannatevi a riconoscere simboli o a ricostruire significati... Come si è appena detto, non sono essenziali. Inoltre, ci hanno pensato già tanti ricercatori. Sono arrivati alla conclusione che nella tessitura popolare, i simboli devono starci senz'altro... però sono inconsci. Cioè: le tessitrici obbediscono inconsciamente a certi disegni predeterminati, esattamente come fossero dei ragni. Ma a proposito, qualcuno ha mai visto due ragnatele perfettamente uguali?
Ora occorre distinguere tra Forma e Formazione. La Forma è un disegno nello Spazio, un simbolo, un icona. Forma al limite, è quel segnale stradale con un triangolo bianco bordato di rosso e attraversato da una striscia nera, che ci significa precisamente "pericolo, attenzione". La Formazione invece, è un processo nel Tempo, è un'operazione, un'azione.
Chi tesse un tappeto fissa dei nodi, ciascuno di seguito all'altro, tutti in fila su una riga della trama. Poi fissa i nodi sulle trame successive. finché non riempie tutto il tessuto. Così possiamo considerare il nodo come un punto, la fila dei nodi come una linea e tutto il tappeto come una superficie. Così possiamo analizzare un tappeto geometricamente, identificando, classificando e censendo ogni Forma che abita in quel territorio. Appunto: ogni Forma nello spazio. E la Formazione nel tempo? Mero lavoro manuale di tessitura? Non credo.
Ogni nodo che si fissa nel tappeto , marca un punto. E' un punto esclamativo di colore, ma che diventerà interrogativo rispetto alla riga superiore di nodi. Lì dove dopo, questo punto di colore potrà rimanere isolato e ignorato, oppure diventare il capostipite di una nuova linea/lignaggio lungo l'ordito. Oppure generare due lignaggi divergenti, che forse torneranno a coniugarsi, cioè a congiungersi, nel futuro di una trama superiore. Ed ecco fatta la Forma del rombo. Vagina madre della grande dea? Senz'altro, d'accordo... non parliamone più! Ma personalmente, mi eccita di più il formicolio di tutti quei peli: molecole cromatiche che si aggregano e che si disgregano nel processo manuale della Formazione. Anarchia? improvvisazione? Forse piuttosto: una sintonia dei gesti con gli strumenti e con il materiale. Oppure: interazione psico-fisiologica tra Soggetto e Mondo. Se una creazione artistica esiste, essa si trova precisamente qui. piuttosto che dentro un qualsiasi pensiero, che progetti astrattamente una Forma.
Ma persino la ispirazione più spirituale ed il pensiero più intellettuale e moderno, sono discendenti legittimi di gesti manuali. Questi sono in particolare, i gesti ancestrali dei primi tessitori o intrecciatori. Essi strutturano ancora oggi le nostre fibre e reti neurali, incluse le sintassi e connessioni logiche. I psicofisiologi vanno ancora più oltre, e ci dimostrano scientificamente come ogni atto immaginativo effettuato in corteccia cerebrale sia accompagnato da un microgesto della periferia corporea. Per esempio: non si può immaginare un cavallo al galoppo senza muovere gli occhi (3). Forse un giorno, si potrebbero testare i microgesti tessili di qualche filosofo in cattedra... o quel teoretico gesticolare di Wittgenstein, se ci fosse rimasto qualche video delle sue celebri serate domestiche. Di conseguenza, tessere a mano "fa bene", non solo al disabile psichico (4) ma anche al Cadder (Computer Assisted Designer). Non sarebbe soltanto un'esperienza tecnica (che già eviterebbe tanti errori tecnici), si tratterebbe di educazione artistica. Farebbe bene anche ai filosofi, perché purtroppo il loro "corpo" accademico è deprivato di ogni esperienza tessile. Purtroppo il sistema educativo occidentale non è quello del popolo Ewe, dove la tessitura è una materia obbligatoria: Sua Maesta Togbui Addo VIII è un matematico di Oxford ma i suoi sudditi lo apprezzano come tessitore (5) .

L'ossessione per i simboli non affetta soltanto il lavoro dei ricercatori sul tessile: essa è un vizio accademico assai più diffuso: Va sotto il nome di Iconologia e deriva al dominio che la pittura, per secoli, ha esercitato sulle arti "maggiori e minori" e, in particolare sui tessitori. Li ha considerati copisti (nel migliore dei casi) del disegno creativo di un "vero" artista, cioè del Pittore. Ci ha rovinati il Rinascimento e non soltanto, noi tessitori: rovinò pure l'arte nel complesso e la vita in generale (6). Per fortuna, da Boujad, il Rinascimento si è tenuto alla larga, e con esso l'arte islamica che lo rese possibile. Quelli erano e restano Berberi... barbari, insomma.
Da noi Civilizzati invece: che cosa ha VOLUTO dire l'artista? quale sarebbe il SIGNIFICATO del quadro? Conobbi un Professore di Educazione Artistica che si fermava all'Impressionismo, perché dopo questo, non trovava più figure che contenessero dei significati. Comunque diventò Assessore alla Cultura. Infine come Sindaco, fu costretto a inaugurare addirittura un parco di arte contemporanea: il Giardino di Daniel Spoerri. Pero quel Giardino, a modo suo, è pure fiorente di significati come una macchia di Rorschach (che non è affatto un bosco ma un celebre test proiettivo). Così il senso (MEANING) è salvo, peccato soltanto, che non sia più univoco.
Insomma, li hanno tanto cercati, 'sti benedetti significati, che alla fine hanno persuaso certi artisti a propinarli direttamente, senza perdere tempo a fabbricare opere, più di quanto è strettamente necessario per produrre un oggetto qualsiasi da esposizione. Anche gli artisti devono campare e, soprattutto, con loro, i galleristi. E questa è la famosa arte concettuale, dove vale soprattutto il "Concetto" dell'Artista.
Cosi' dalla Forma e dal Significato, siamo arrivati finalmente al Concetto e con questo ritorniamo alle arti tessili. Il Concetto, di per sè letteralmente, avrebbe radici ginecologiche: concepire, concepito, concezione. Sembrava un po' strano che alcune celebri fiber-artiste si dessero all'arte concettuale. E specialmente, quelle che rivendicavano una "matrixialité" o femminilità ancestrale dell'arte tessile. Ma in effetti operavano in senso contrario: anch'esse pretendevano di procreare immaterialmente... esattamente com'è la tradizione degli intellettuali, che è tradizione maschile e celibe. La cultura accademica ha origini e retaggio clericali: da quando fu concesso il matrimonio ai membri di Oxford è passato appena un secolo. E' per questo che "bachelor" (laureato) significa scapolo. Cosi prima i chierici e gli alchimisti, poi gli accademici e infine gli scienziati hanno sempre perseguito una loro "immacolata concezione" maschile... un'inveterato desiderio misogino (7). Riassumendo, si può dire che nella fiber art, dopo l'off-loom (intreccio di fibre senza-telaio), sia nato l'off-fiber (fiber art senza-fibra).
Ma non si vive solo di Concetti: anche il Ritratto vuole la sua parte. Beninteso: è una parte concettuale. Infatti oggi, non è più necessario sporcarsi le mani con i pennelli per catturare l'anima di un volto. Neppure occorre più darsi pena per ingabbiare il ritratto dentro la griglia di un cartone per arazzo. Addirittura non è più necessaria la messa in carta per la tessitura jacquard. Basta pigliare una foto concettualmente significativa ed affidarla agli immateriali pixel di Photoshop. Per macinare e tessere il disegno, poi si trova il telaio elettronico già programmato... Ma il telaio, un qualsiasi telaio, tribale o jacquard, non ha forse un corpo (o un'anima) propria? Non conviene che si esprima anche questo... con ogni sua fibra? Insomma, come dice quasi Shakespeare: "Vi è più cose nelle fibre e nel telaio Di quante se ne sogni la tua filosofia". D'altra parte, e qui senza contraffare affatto il testo originale, neanche dovremmo mai dimenticarci le origini tessili di quella stessa filosofia:
Mefistofele:
Fabbricare i pensieri è proprio come
il lavoro di un maestro tessitore:
con un piede fa trottare mille fili,
le navette gli volano qui e là mentre i fili fluiscono invisibili.
Dopo che ha fatto, arriverà un filosofo
a dimostrarvi che così ha da essere:
"Così era il Primo e cosà il Secondo, il Terzo
e il Quarto poi, così e cosà!
Mentre in assenza di Primo e Secondo,
Terzo né Quarto non si darebbero."
Gli studentelli (proprio in tutto il mondo),
questi discorsi tengono in onore...
ma nessuno è diventato tessitore.
(Wolfgang von Goethe, Faust I, I atto)
______________

http://lucianoghersi.blogspot.com
(2)
Vezio Ruggieri, "L'esperienza estetica: Fondamenti psicofisiologici di un'educazione estetica". 1997.
(3)
Vezio Ruggieri, "The running horse stops: the hypotetical role of the eyes in imagery of movement". In "Perceptual and motor skills." 1999. Citato in: "L'identità in psicologia e teatro. Analisi psicofisiologica della struttura dell'io." 2a ristampa 2005.
(4)
LG, "La tessitura o del ritrovare se stessi", in Arti Terapie (Giugno 2006, Roma)
Silvia Micocci, "la tessitura a mano in una prospettiva arteterapeutica", "tessereAmano, Ottobre 2002"
(5)
LG "Piedi che aprono, mani che battono", Jacquard 47/2001
(6)
Mario Perniola, "L'alienazione artistica". 1971.
7)
David F. Noble, "A World Without Women: The Christian Clerical Culture of Western Science". 1992.
Trad.it. Un mondo senza donne: la cultura maschile della Chiesa e la scienza occidentale. 1999
Sunday, July 01, 2007
Tessere a mano ma tessere a piedi
ENGLISH ABSTRACT
footloom V/S handloom.
A loom equipped with two pedals is highly suitabe for disabled people: the evolution of human ability sprang mostly from the feet! Unfortunately, such looms are rarely found in rehabilitation centres.
I developed the ugly techology of a table loom by two cabinet doors, that are now working as large and comfortable pedals. I also recycled some pieces of another ugly table loom, as gallows for a hanging warp. So that, I assembled a sort of drag loom. Removing the warp beam, its complex brake system was also removed. The "doughnut" warp is a heritage of Kente weaving.
L'evoluzione dell'abilità umana è basata sui piedi. Senza questo sviluppo dei piedi, che sono indispensabili per la postura e locomozione erette, le mani non avrebbero potuto dedicarsi a quelle infinite esplorazioni gestuali, che infine coinvolgono oggi una così vasta area di corteccia cerebrale.
Tra l'altro, senza postura eretta sui piedi, la scatola cranica non avrebbe raggiunto un volume atto a contenere lo sviluppo cerebrale che era indotto dalle attività manuali: nel cranio di un quadrupede non resta troppo spazio per il cervello, ma già nel il quadrimane si inizia a ragionare. (Vedi André Leroi-Gourhan).
I creazionisti non sarebbero d'accordo ma anche per loro la Storia comincia con la cacciata fuori dal Parco: camminare, lavorare, e basta di mangiare la frutta sugli alberi!
.
Anche se l'abilità umana, preistoricamente, si basa sui piedi, oggi poca attenzione viene loro rivolta nelle attività educative e (ri)abilitative. Ciò ha un motivo di fondo assai banale: gli Educatori sono abilitati (soprattutto legalmente) in apposite scuole, dove prevalgono le attività a tavolino. E i piedi non si mettono sul tavolo, se non per mancanza assoluta di educazione. Così i piedi restesteranno "ineducati".
Ecco spiegato finalmente perché un semplice telaio a due pedali dovrebbe essere lo strumento principe nella tessitura (ri)abilitativa: perché ci si possono mettere i piedi (vedi anche: Tappeti...).
Sfortunatamente, telai di questo genere sono raramente disponibli negli appositi Centri. Tale carenza non è imputabile a carenza di fondi, quanto piuttosto all'acquisto sconsiderato di attrezzature scolastiche e hobbistiche, che raramente si trovano a buon mercato. Ma un telaio a pedali rudimentale si può anche costruire con pezzi di fortuna (vedi Telai di recupero ).
A parte questa opzione, il problema è che, oltre agli Educatori, pure gli Istruttori di tessitura risentono in genere pesantemente di una qualche formazione scolastica: nelle sezioni tessili negli Istituti d'Arte o presso Professori privati. In tali ambienti, la tessitura si impara a tavolino, soprattutto progettando e disegnando. Oppure campionando tessuti ma su telaini da tavolo... dove altrettanto non vanno messi i piedi (vedi in: Operatori e Operati Sociali).
Tra parentesi, ecco un ottimo motivo per istituire la Facoltà di Tessere: la situazione era piuttosto grave!
.
Qui nel video. c'è un ex telaio da tavolo, debitamente inventariato ASL. In effetti, poi ci avevano aggiunto le gambe ma restava comunque un telaio da tavolo, senza un posto dove mettere i piedi: era solo diventato un telaio-tavolo, nulla di più. Lo ho trasformato in telaio a pedali utilizzando i due sportelli di un mobiletto, cardini compresi. Questi sportelli offrono ai piedi una base di appoggio molto più larga dei comuni pedali. Ciò avvantaggia di molto anche i piedi più disabili o ineducati.
Era superfluo aggiungere altri pedali per ottenere armature più complesse della semplice tela: ciò che importava qui era istigare a bilanciare i piedi: uno deve scendere mentre quell'altro sale, proprio come in bici.
Tra parentesi, pure la bicicletta sarebbe un ottimo strumento (ri)abilitativo, nonostante che il Lombroso la consideri un'istigazione a delinquere (vedi Il ciclismo nel delitto). Del resto, un disabile ciclabile diverrebbe un soggetto meno controllabile... e date le questioni di Contenimento chi vuole esagerare con l'Autonomia? Chiusa la parentesi.
.
Per ristrutturare questo telaio-tavolo, ho pure riciclato, con sommo piacere, qualche pezzo di un Telaio Romanelli, uno di quelli famigerati, dove i licci si alzavano tirando una serie di sciacquoni (le vittime di questo marchingegno qui mi capiranno al volo). Con i pezzi così rimediati, ho elevato una specie di patibolo sopra il subbio di ordito. A quel patibolo ci impicco l'ordito, che ho predisposto a ciambella esattamente come lo Avotsihe dei tessitori Kente.
Così mi risparmio di avvolgere l'ordito al suo vecchio subbio e anche di imporre al Disabile di armeggiare tra i freni dei due subbi per fare avanzare l'ordito (ma né troppo né troppo poco) e per rimetterlo di nuovo in tensione (ma non troppo e nemmeno troppo poco). Qui i più si comportavano ancor più da Disabili, per non doversi assumere la complessa operazione.
Per cui, d'abitudine, o chiamavano me oppure continuavano a tessere, sempre più penosamente, su su fino ai denti del pettine, con la bocca dell'ordito quasi chiusa. Invece, quest'ordito acciambellato si frena in alcun subbio ma è semplicemente tenuto in costante tensione con una pietra appesa per zavorra. Anche quest'ultima è d'ispirazione Kente: è difficile inventare coi telai, specialmente a chi ricerchi la semplicità.
Naturalmente, poi mi si viene a chiedere se con questo telaio, non fosse possibile tessere una striscia un po' più larga . Certamente sarebbe possibile ma non è così semplice e già mi sembra di pretendere abbastanza dagli Utenti del mio Laboratorio.
footloom V/S handloom.
A loom equipped with two pedals is highly suitabe for disabled people: the evolution of human ability sprang mostly from the feet! Unfortunately, such looms are rarely found in rehabilitation centres.
I developed the ugly techology of a table loom by two cabinet doors, that are now working as large and comfortable pedals. I also recycled some pieces of another ugly table loom, as gallows for a hanging warp. So that, I assembled a sort of drag loom. Removing the warp beam, its complex brake system was also removed. The "doughnut" warp is a heritage of Kente weaving.
L'evoluzione dell'abilità umana è basata sui piedi. Senza questo sviluppo dei piedi, che sono indispensabili per la postura e locomozione erette, le mani non avrebbero potuto dedicarsi a quelle infinite esplorazioni gestuali, che infine coinvolgono oggi una così vasta area di corteccia cerebrale.
Tra l'altro, senza postura eretta sui piedi, la scatola cranica non avrebbe raggiunto un volume atto a contenere lo sviluppo cerebrale che era indotto dalle attività manuali: nel cranio di un quadrupede non resta troppo spazio per il cervello, ma già nel il quadrimane si inizia a ragionare. (Vedi André Leroi-Gourhan).
I creazionisti non sarebbero d'accordo ma anche per loro la Storia comincia con la cacciata fuori dal Parco: camminare, lavorare, e basta di mangiare la frutta sugli alberi!
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Anche se l'abilità umana, preistoricamente, si basa sui piedi, oggi poca attenzione viene loro rivolta nelle attività educative e (ri)abilitative. Ciò ha un motivo di fondo assai banale: gli Educatori sono abilitati (soprattutto legalmente) in apposite scuole, dove prevalgono le attività a tavolino. E i piedi non si mettono sul tavolo, se non per mancanza assoluta di educazione. Così i piedi restesteranno "ineducati".
Ecco spiegato finalmente perché un semplice telaio a due pedali dovrebbe essere lo strumento principe nella tessitura (ri)abilitativa: perché ci si possono mettere i piedi (vedi anche: Tappeti...).
Sfortunatamente, telai di questo genere sono raramente disponibli negli appositi Centri. Tale carenza non è imputabile a carenza di fondi, quanto piuttosto all'acquisto sconsiderato di attrezzature scolastiche e hobbistiche, che raramente si trovano a buon mercato. Ma un telaio a pedali rudimentale si può anche costruire con pezzi di fortuna (vedi Telai di recupero ).
A parte questa opzione, il problema è che, oltre agli Educatori, pure gli Istruttori di tessitura risentono in genere pesantemente di una qualche formazione scolastica: nelle sezioni tessili negli Istituti d'Arte o presso Professori privati. In tali ambienti, la tessitura si impara a tavolino, soprattutto progettando e disegnando. Oppure campionando tessuti ma su telaini da tavolo... dove altrettanto non vanno messi i piedi (vedi in: Operatori e Operati Sociali).
Tra parentesi, ecco un ottimo motivo per istituire la Facoltà di Tessere: la situazione era piuttosto grave!
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Qui nel video. c'è un ex telaio da tavolo, debitamente inventariato ASL. In effetti, poi ci avevano aggiunto le gambe ma restava comunque un telaio da tavolo, senza un posto dove mettere i piedi: era solo diventato un telaio-tavolo, nulla di più. Lo ho trasformato in telaio a pedali utilizzando i due sportelli di un mobiletto, cardini compresi. Questi sportelli offrono ai piedi una base di appoggio molto più larga dei comuni pedali. Ciò avvantaggia di molto anche i piedi più disabili o ineducati.
Era superfluo aggiungere altri pedali per ottenere armature più complesse della semplice tela: ciò che importava qui era istigare a bilanciare i piedi: uno deve scendere mentre quell'altro sale, proprio come in bici.
Tra parentesi, pure la bicicletta sarebbe un ottimo strumento (ri)abilitativo, nonostante che il Lombroso la consideri un'istigazione a delinquere (vedi Il ciclismo nel delitto). Del resto, un disabile ciclabile diverrebbe un soggetto meno controllabile... e date le questioni di Contenimento chi vuole esagerare con l'Autonomia? Chiusa la parentesi.
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Per ristrutturare questo telaio-tavolo, ho pure riciclato, con sommo piacere, qualche pezzo di un Telaio Romanelli, uno di quelli famigerati, dove i licci si alzavano tirando una serie di sciacquoni (le vittime di questo marchingegno qui mi capiranno al volo). Con i pezzi così rimediati, ho elevato una specie di patibolo sopra il subbio di ordito. A quel patibolo ci impicco l'ordito, che ho predisposto a ciambella esattamente come lo Avotsihe dei tessitori Kente.
Così mi risparmio di avvolgere l'ordito al suo vecchio subbio e anche di imporre al Disabile di armeggiare tra i freni dei due subbi per fare avanzare l'ordito (ma né troppo né troppo poco) e per rimetterlo di nuovo in tensione (ma non troppo e nemmeno troppo poco). Qui i più si comportavano ancor più da Disabili, per non doversi assumere la complessa operazione.
Per cui, d'abitudine, o chiamavano me oppure continuavano a tessere, sempre più penosamente, su su fino ai denti del pettine, con la bocca dell'ordito quasi chiusa. Invece, quest'ordito acciambellato si frena in alcun subbio ma è semplicemente tenuto in costante tensione con una pietra appesa per zavorra. Anche quest'ultima è d'ispirazione Kente: è difficile inventare coi telai, specialmente a chi ricerchi la semplicità.
Naturalmente, poi mi si viene a chiedere se con questo telaio, non fosse possibile tessere una striscia un po' più larga . Certamente sarebbe possibile ma non è così semplice e già mi sembra di pretendere abbastanza dagli Utenti del mio Laboratorio.
Thursday, May 17, 2007
Reality and politics in the Saharawi carpets

ICOC 07, Istanbul
Luciano Ghersi - Italy
Reality and politics in the Saharawi carpets
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I had been appointed as a weaving teacher in a cooperation project entitled "Recovery and Development of the Traditional Saharawi Weaving" that involved Saharawi refugee women in Algeria. I here relate my brief research and my short experiments in the field.
The project lasted two weeks and was held at the Women’s Workshop of the National Union of Saharawi Women in Dajla during the months of November and December 2005.
The project was managed by the Tuscany Region (Italy) and various other partners amongst them the
“Coordinamento Tessitori e Tessimili” the Italian association of hand weavers and similar, of which I am a member.
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The Saharawi and their weaving
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"Saharawi " is the recent name for people living in the area of the former Western Spanish Sahara, and in bordering countries such as the Canary Islands and Spain. The Saharawi people are composed of several tribes of Berbers that anciently mixed with the Maqil Bedouins from Yemen. They all speak the Hassani language, which is the same Arabic dialect spoken in Mauritania.
Contrary to Morocco’s claim of its’ ancient sovereignty regarding the territory inhabited by the Saharawi, they retort that the Almoravid Empire, which extended from Africa to Spain, was ruled by a Saharawi dynasty.
In 1975, Spain left the Western Sahara colony that was subsequently occupied and annexed by Morocco even though the Polisario Front (People’s Front for the Liberation of Saguia el-Hamra and Río de Oro) put up quite a resistance. A mass exodus of refugees towards Algeria followed.
About 250.000 Saharawi are today still living in Refugee Camps in the worst desert of Algeria, under the authority of the exiled government of RASD (Democratic Saharawi Arab Republic). I was personally able to view various rugs belonging to families and institutions, during my visit to the Festival of Saharawi People’s Culture, set up as a campsite with dozens of traditional tents.
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In my humble opinion, no Saharawi tribal weaving may be ascertained, apart the weaving of "Khaima", the Saharawi nomad tent.
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In fact, they don’t even breed sheep for wool (for carpets); instead they breed only goats and camels for "Luvar", that means the tent clothe. This later wool is used exclusively for the Khaima and its related ropes. By the way, the darning on those Khaimas are modest and impressive performances of fiber art.
I later learned that darning is a job assigned to men, in other nomad tribes in the Maghreb. I would really like to know which gender does the darning amongst the Saharawi…as a male weaver I frequently stumble upon the commonplace idea that “the weaving arts are typically feminine”.
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"Zarbiya" is the most common type of knotted rug. It is greatly inspired by the "Rabati" carpets, which are produced throughout the Maghreb. These carpets in turn have been inspired by imported Ottoman patterns/designs. The Saharawi Zarbiya has large flat woven ends.
"Gkhtifa" is also often found. It is plain red knotted with brown saw sides, that are flat woven with goat wool. This seems the pure style of the traditional "Gkhtifa" of Rehamna (Moroccan area west of Marrakech). The Saharawi Gkhtifa has large flat woven ends.
"Ushada" means cushion. Some of them are quite appealing and recall, "free weaves" from Tribal Morocco.
Paul Vandenbroek in "Azetta, L'art des femmes Berbères" notices that in the less important pieces more creative liberty is allowed.
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I did not look into the origins of other woven objects because my course dealt with knotted rugs. However I found that:
"Hambal", which is woven partly pile & partly flat, with kilim effects. It can include patterns of Rabati origin and/or intriguing abstract naïf patterns/designs of the tribal kind.
"Tarkiya" is a blanket or striped carpet with sections decorated in “reps” or with discontinuus weft or with serial brocaded patterns. I was able to see these types of carpets being sold at the “Crièe Berbère” auction at the souk in Marrakech.
I did not find any piece older than 1975. This was due to the fact that people escaping from the war, were not able to carry any heavy family textiles with them. Therefore, the pieces I was able to observe were mainly woven inside the workshops created by the Government of the exiled RASD. These weaving centers were created mainly to allow the refugee women to interact amongst themselves, and to give them an occupation. Iron looms from Algeria were recycled for this purpose.
Some women had previously weft in the Rabati style, currently appointed to urban workshops in Dakhla and other towns of the past late Spanish Western Sahara. These were towns settled by fishermen, craft-men and traders, obviously never by farmers or nomads. Other women had never weft before their exile. The directors of the refugee workshops were people that had had a higher education; this meant that they usually gave no freedom to weavers regarding the design of the carpets. These directors were probably also foreign teachers, graduated in Fine or Decorative Arts...this is the world’s way to abolish tradition (if any) of weaving and to oppress the spontaneous creativity in the weavers that are often regarded as mere executers.
Today in these centers what prevails most are small “souvenir” pieces with political-touristy design. They are either “flat” and “pile” woven and are made with any type of knitwear fiber that is donated from industrial stock leftovers. Some women also weave at home on wood looms, on commission or for family usage.
The carpets woven in the Refugee workshops were given as diplomatic gifts to foreign allies of the RASD and to local institutions, more than just traded or for family use.
It was a quite peculiar way of spreading the carpets that was ancient and modern at the same time. This also displayed the peculiarity of the RASD that mixes an exquisite Bedouin etiquette with global politics.
The social and political meetings (called “actividades” by leaders educated and trained in Cuba) took place in tents or rooms filled with wall-to-wall carpets.
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The Present Situation
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This social way of "spreading carpets" languished after the fall of the Socialist Block in 1989.
The warehouses of the weaving centers in the refugee camps are bulging with carpets. The women continue producing these carpets, just to keep busy. By the way, the same thing happens in the occupational centers for the handicapped where I have often worked in Italy as a weaving teacher.
Today, some cooperation programs (funded by EU, Red Cross etc.) aim to develop the Saharawi weaving by involving it into the fair trade network. Unexpectedly, I myself was appointed in one such project. I never claimed to be an expert of pile rugs but I have designed and weft tapestries, kilim and clothe for the past 25 years. Furthermore I have collaborated with Tamil weavers in India, Udu Dumbara weavers in Sri Lanka, and Ewe weavers in Ghana. In the end, it wasn’t written anywhere in the program that it was necessary to weave knotted rugs. It was enough to simply work at developing sellable prototypes for the fair trade market. Since I didn’t think that the knotted rug would have been successful, I proposed to adopt the “drag loom” used in Kente weaving of Ghana. It would have been a quick and versatile loom that could have been easily built in the camp. However I encountered some resistance on the part of the proud Saharawi leaders in Italy. They believed my proposal to be a hostile attack on their national tradition. I had my doubts about their national tradition, as stated before. Therefore I studied the tied knot carpet technique in order to apply it to cushions and bags. These were less costly to produce and perhaps more sellable in the fair trade niche market.
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My workshop course
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It's now clear, that when I landed in Algeria, I was completely in the darkness about the history of the Saharawi weaving. This can happen to any technician or cooperators in various development projects regarding hand weaving. I had tried my best, however I could not find a single Saharawi carpet documented in any book or magazine. I searched the Internet and amongst the hundreds of thousands of pages dedicated to the Saharawi, all I found was the generic phrase “they weave”…yes, but what?
I had to improvise my weaving course. I gave some pencils to my women "students", and the task to design anything for a small pile carpet, that would then be assembled into a cushion. They had never designed before, and they probably took some inspiration from their beloved henna tattooing. I selected some scraps and encouraged the authors to weave something that might be similar to their project.
Besides the technique, that was often scanty, they weft some true masterpieces. One piece was even selected for the international biennial exhibition "Fiber Art al Centro" held in Amelia-Italy, in 2006.
The task of drawing their ideas was a mere excuse to make them understand that I expected them to truly make a creative effort and that I wasn’t solely interested in the execution of the works. The most interesting drawings went onto become weft. Other students wove very elastic patterns (more). These were patterns that I had expressly studied in order to force them to continuously choose forms and colors, therefore provoking their artistic compositional capability. I would encourage them to asymmetrically disseminate the back of the textile with different executions of the floral designs that they already knew well enough.
In the beginning, they felt puzzled and were afraid of making mistakes in the set drawing: they didn’t really understand what it would be… because there was no “precise drawing”! As they carried on with their work, they gained confidence and took their expressive liberties, sometimes excellently. This is not surprising, because weaving is a popular, spontaneous, and universal art, above all amongst women and not solely.
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"The Future"
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The biggest and the oldest weaving center of the Saharawi refugees is in the city of “27th February” (the Saharawi Independence Day). Located in this city is the Cooperative “El Futuro” (the Future), which has 24 large looms.
The renovation and development of this weaving center are being overseen by a cooperation project managed by the Calabria Region (Italy).
The historical emblem of “El Futuro” deserves our attention: it shows an arm and a leg crossed. The arm is clasping a comb that beats the weft. But what does the leg have to do with it? One doesn’t use their leg for weaving! The leg has wedged its way into the emblem to give importance to the weavers’ chronic leg pains.
Normally each woman would sit comfortably on the ground with her legs crossed. They can put a cushion under their knees, or a ball of trhread when they are sitting and working at the loom. However, the looms at “El Futuro” weren’t made to be used while sitting on the floor. The weavers needed a pretty high bench to be able to weave.
In the most ancient of carpet looms the yarn warp is taut to the ground between two posts, which are fastened to stakes. The weavers sit on the same carpet they are weaving. Even weavers that work on vertical looms weave in this manner (by sitting on the ground) and have the textile go down as it gradually takes form.
The looms, which need a bench to work on, obviously come from Chair-Land: Europe. Indeed, halfway through the 18th century, France had started to use the local textile labor force in its’ North African colonies. These “modern” bench looms, with their iron devices, quickly became widely used. Or perhaps the bench looms arrived later, with the arrival of Art Institutes or with International Aid. I, as a weaver would simply modify all looms that make a person suffer.
I was invited by the Italian board to keep in charge also the "El Futuro" project. However I have the clear impression that I will be excluded.
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I have also created a Web site where you can thoroughly look into the subject of this panel.
Unfortunately it is in Italian only, with some parts in Spanish, however there is a gallery full of images.
Friday, January 06, 2006
Saharawi, tessitura e belle arti

Sono stato nel Sahara quasi un mese per certe trame di tessitura e non solo... perché quando si comincia col tessere, poi si finisce sempre in tutto l'essere.
Ne riporto, come posso, qualche file al nuovo sito Web:
www.hypertextile.net/ghersi/saharaui
In testa all'Home page, ho descritto il sito così:
"Corso di tessitura tradizionale e sperimentale per donne Saharawi. Indagini sulla cultura tessile e sulle belle arti, tradizionali e sperimentali, del popolo Saharaui."
Ogni parola-chiave in questa descrizione ha un significato corrente: corso, tessitura, tradizionale, sperimentale, cultura tessile, popolo Saharawi. In teoria, raramente mi trovo d'accordo sul significato corrente di un termine. In pratica però, se quel termine appena funziona, lo adopero come meglio mi serve, senza cercarne di più precisi. Piuttosto, mi vorrei adoperare a un pratico ampliamento dei termini, cioè a sconfinare, dato che "termine", vuole pur sempre dire "confine".
"Hic Terminus Haeret" (qui si fissa il confine) è quell'antico motto che lo Spoerri adottò come insegna per il suo Giardino. Qui si rivolge una nota esplicativa a quanti hanno sempre di meglio o di peggio da fare che interessarsi alle belle arti: il Giardino di Spoerri è un museo all'aperto di statuaria o scultura contemporanea. Io stesso, dapprima, mi trovai in quel giardino con un mio effimero laboratorio di tessitura... per ritrovarmici infine, tra ben altre presenze, museificato.
Il Giardino fu impiantato dal'artista Daniel Spoerri, celebrato per fissare i più umili reperti quotidiani: principalmente di mense da sparecchiare, complete di stoviglie e avanzi di cibo. Le fissazioni giovanili di Spoerri erano schiettamente artigianali: si fissava soprattutto con la colla. Nella sua maturità, si concede fissazioni più artistiche: affida i sui reperti a un fonditore, che ne realizza un calco e cola dentro il bronzo, ottenendo così delle classiche sculture in bronzo.
Per via delle sue fissazioni, lo Spoerri sostiene che "l'effimero è l'eterno". Ci spiega pure come, nel campo dell'arte, la più estrema avanguardia poi si converta nella più estrema conservazione. Infatti, quanto più un artista si ritiene all'avanguardia, tanto più riterrà inconcepibile un qualsiasi ulteriore progresso nella storia dell'arte. "Hic Terminus Haeret" , qui si fissa il confine, appunto... e punto. E basta. Va anche meglio così: la storia dell'arte è finita, può ricominciare la vita.
Tutto questo lungo giro, per ritornare a quel termine di "belle arti", da me adoperto per descrivere il sito. Il sito, in effetti, contiene manufatti che possono apparire non artistici e che certamente, non sono dovuti a un Artista, nel senso corrente del termine. Appunto: qui si fissa il confine ma credo che il campo delle belle arti sia molto più vasto di quello coltivato dalle apposite Accademie (di Belle Arti, appunto) o dagli appositi Artisti (Belli, si capisce). Questo campo più vasto è coltivato soprattutto da Poveri. Ovviamente, non ha nulla a che fare con l'equivoca "Arte Povera", che è invece, coltivata da artisti di non povera cultura: cioè da esponenti di una cultura ricca, più che ricchi in assoluto di cultura.
Però la Povertà è ricca di Arte e Cultura, difficilmente riconoscibili da chi si attenga ai termini prescritti: all'Arte, alla Cultura e finalmente, alla Povertà. Arte e Cultura interessano a pochi, la Povertà interessa invece tutti, a cominciare dai ricchi, che la intendono però come termine economico, oltre il quale stabiliscono la propria identità, con l'eventuale rimorso sociale da scaricare in beneficenza. Ma questo termine di Povertà esclude proporio i suoi campi più ricchi: a cominciare da quelli artistici, proseguendo con quelli culturali, fino al più vasti territori umanistica o, dicamolo, etici...
Per quanto io ne sappia (mica tanto), il termine dell'Arte fu già ampliato, in teoria, da Jean Dubuffet (Art Brut), Mario Perniola (l'Alienazione Artistica), Sheila Grunico (Istituto Arti Pubbliche), Pablo Echaurren (Non Arte)... nonché da me medesimo in:
"Confessioni di un artista equivoco".
In pratica, il termine dell'Arte fu ed è ampliato continuamente, molto più di quanto i Critici se ne possano o vogliano curare. D'altra parte (ma infine, e meglio, diciamolo: dialetticamente connesso) sta il termine della Povertà, sempre più ampliato praticamente, che nella teoria. Trovo una bella eccezione "teorica" nel "Breve discorso sulla povertà" di Majid Rahnema, Fu stampato con il titolo "Stop alla povertà o stop ai poveri?" sulla rivista "Lo Straniero", poi nel suo sito Web dove ora non riesco a rintracciarlo. In compenso, il testo è ripreso in vari altri luoghi come:
www.aadp.it
Si può anche approfondire con il libro:
Majid Rahnema: Quando la povertà diventa miseria, Einaudi, Torino 2005
Tutto ciò per avvertire che, oltre al mio intervento tessile e professionale, anche le pagine sulle "Belle Arti" del popolo Saharawi non sono mia pura e individuale follia. Mi piacerebbe ricevere qualche Commento. Chiunque può scriverlo: basta cliccare su "Comments" qui sotto.
Prometto di non cancellare neppure gli insulti più sanguinosi.
Grazie
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