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Tuesday, October 21, 2008
Tuesday, August 19, 2008
Saturday, May 10, 2008
Telai e Biciclette

E' il telaio di una volta, per la tessitura a mano.
Poi fu inventato il telaio della bicicletta e ancor dopo, il telaio dell'automobile.
Oggi quest'ultimo è superato della carrozzeria portante, che fa a meno del telaio.
Discutendo di evoluzione, la nobel Rita Levi Montalcini, paragona gli insetti alle bici: non si sono più evoluti perché sono due modelli già perfetti.
Oggi quest'ultimo è superato della carrozzeria portante, che fa a meno del telaio.
La bicicletta invece, non si evoluta affatto, a parte trascurabili accessori.
Discutendo di evoluzione, la nobel Rita Levi Montalcini, paragona gli insetti alle bici: non si sono più evoluti perché sono due modelli già perfetti.
Anzi aggiunge che l'insetto già perfetto può sostituire il dominio dell'uomo, ancora imperfetto, e sempre ossessionato dalla Crescita (che, destra o sinistra, mai si discute, aggiungerei io).
Per opporci al dominio della Crescita... e poi degli Insetti, conviene tornare alla Bici.
Forse anche al telaio delle tele (che è perfetto anche questo, lasciatemi dire).
Monday, May 05, 2008
Arte Pneumatica
TESTO
Non vanto affatto di avere inventato l'Arte Pneumatica. Ho solo dato un nome a quell'antica pratica di riciclare le gomme da ruota: per trasformarle in sandali, in secchie da pozzo, fioriere, balocchi e preservativi per vario bestiame. Be', si consenta qui un breve intermezzo polemico (o magari politico, per meglio dire). Se un ciabattino Africano trasforma in scarpa un vecchio copertone, si parlerà al massimo di "design miserabile". Se invece, a un Artista, gli riuscisse di fare lo stesso, apprezzeremmo subito il suo ardito gioco concettuale, tra locomozione meccanica e umana: la gomma che era suola per la ruota, oplà, che ti diventa un pneumatico da piede. Ciò sarebbe un sublime pensiero, mica basso artigianato... ma quello o quella che contemplò per primo il nido degli uccelli, o la ragnatela, e che poi, stravolgendo la loro struttura, fece esplodere dal nulla la prima tessitura, non era lui forse (o lei, non importa), un artista ispirato? Ci dicono no. E' un "no" che sostiene anche Pablo Picasso, con motivi fondati ma non tutti confessabili. Insomma Picasso ci dice : "non importa cosa faccia un artista, ci importa soprattutto, lui, chi è"... e non stiamo a riverire quei selvaggi, piuttosto copiamoli, se ci conviene.
Fine dell'intermezzo polemico e politico o filosofico, addirittura (chi voglia approfondire, può rivolgersi a "I Dialoghi di Porchione", disponibili in formato PDF).
Ora, attenzione: continua l'Artista! Che ci racconterà? Ci svelerà i segreti della sua creazione? Silenzio, ascoltatelo con reverenza! Se non arrivaste all'altezza di comprendere, la sola reverenza vi conforterà. Shhh!
>>> FOTO
I miei lavori di arte pneumatica non sono nati da un preventivo interesse per il materiale. Mi ero appena inventato il giunto di Ling, che è una parola d'incastro tra link e ring (in Inglese: legame ed anello). Questo Ling è come un nodo, che collega tra loro degli anelli flessibili, creando così delle reti tridimensionali: strutture topologiche, così si potrebbero dire. Certo, i pneumatici sono pure elastici e le officine te li regalano. Affettandoli come salami, si ottengono centinaia di anelli. E tutto a costo zero, col plusvalore di andare tra i meccanici a farsi regalare dei rifiuti, altrimenti soggetti all'imposta sul tossico.
Ho così realizzato una rete piramidale più alta di un metro, per quanto ogni misura sia qui sempre elastica e dunque difficile da precisare. Questa rete si comporta purtroppo, come un mollusco: non si regge in piedi da sé. Perciò le ho costruito un esoscheletro con certe canne in plastica per gli ortaggi rampicanti. Poi sono andato a trovare un amico, collezionista artistico di astruserie. Gli ho montato lì per lì la mia piramide, con grande effetto ma con scarso successo, perché lui non l'ha comprata. Peccato, perché quella fu davvero una performance irripetibile ma destinata all'oblio. Infatti, la rete piramidale poi trovò un altro mezzo per reggersi in piedi, mentre le canne tornavano all'orto, per farci rampicare i fagiolini.
L'evoluzione artistica della piramide, da allora, imbocca un'altra via. Mai più di esoscheletri rigidi ma invece: un endoscheletro pneumatico, concettualmente molto più pulito. Mai più di performance privato-commerciali ma invece: performance in pubblico e no-profit, che improvvisavo in zone autogestite, fra lazzaroni anarchici da Centro Sociale. Gli facevo gonfiare tanti palloncini, che poi ncastravamo ordinatamente, in ogni reticolo di tutta la rete. Procurata così l'erezione della piramide, la si lanciava in pista, addosso chi ballava. Così, senza sforzo, si creava un gioco di rimbalzi, lievemente più gentile del tradizionale ballo a spintoni. Poi va tutto sotto i tacchi degli anfibi, finché non scoppia l'ultimo dei palloncini. Sopravvive un informe groviglio di gomma, che però è sempre l'anima o la struttura della piramide, risuscitabile per un'altra performance (si accettano inviti retribuiti anche da scuole, discoteche e musei).
Con lil solito sistema dei nodi Ling, ho poi fatto una veste per donna di gomma, che misi addosso a una bambola gonfiabile: così ne esaltava la carica erotica. Con la bambola a cavallo della bici, partecipavo a Critical Mass. Concettualmente, era ineccepibile, perché la veste era in roba da bici. Al Museo del Tessuto di Prato, mi porto la bambola sopra le spalle, nascondendomi sotto come in un burqa. Allora il Direttore del Museo dapprincipio, non mi riconosce però dopo mi fa i suoi complimenti.
Ho collegato anche gomme intere, senza affettarle come dei salami: già il pneumatico è un anello di per sé, è un macro-anello, per così dire. Qui usavo solo le gomme da bici: perché sono più elastiche leggere di quelle da automobile, ma fino a un certo punto, come si dirà. A parte certi ambienti spregevoli, e un Goethe Institut Inter Nationes, ho infestato in tal modo anche la corte di un palazzo medievale. Naturalmente, fece un effetto orrido a tutti fanatici delle antichità. Però tutti entravano in quella ragnatela, si appoggiavano, la facevano vibrare. I bambini, entusiasti, collaudavano fino allo spasimo, la tenuta della tenso-struttura. E qui l'Artista gode come un ragno.
Poi siccome nella vita, sarei anche tessitore, ho infilato le gomme, come trama pneumatica, dentro l'ordito di un telaio a mano. Così nacque un kimono ciclistico: il famoso "Bikemono", tutto tessuto con lgomme scoppiate di bicicletta, oltre a un nastrino di trina bianca, per la bellezza della decorazione. La triennale del Kimono poi non lo ha voluto ammettere ma il suo unico difetto è che pesava venti chili. Non mi ancora riuscito a trovare un ciclista che lo voglia comprare, neppure in Giappone, dove i kimono avrebbero mercato. Sicché ho dovuto affidarlo in custodia al Segretario Politico del PCI (Partito Ciclista Italiano), perciò si capisce quanto è poco al sicuro. E anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Visto che ormai, mi ero rimesso a tessere, ho cercato di costringere le gomme a fare da ordito, oltre che solamente da trama pneumatica. Era quasi una sfida professionale, che richiedeva un telaio particolare. Proprio allora, per pura fortuna, ero stato invitato a insegnare, in qualche modo, la tessitura in un Istituto Statale d'Arte (dicesi ISA). Così utilizzo gli stessi studenti come fossero elementi di un telaio: questo è il cosiddetto "telaio umano", che certamente non ho inventato io né, certamente, una Paola Besana: già a me fu descritto come un'antichità negli anni '70 del secolo scorso:L'ho riproposto senza vergogna e che male c'è? Non c'è mica brevetti! Questo Telaio Umano, probabilmente, risale agli Egizi, altrimenti sarebbero inspiegabili i tessuti giganteschi rinvenuti, che gli Egizi tessevano, evidentemente, per vestire le statue degli dei. Anche questa è un antica abitudine (che, a mio modo ripresi, come in parte e più oltre, si vedrà).
Con gli studenti del mio Istituto d'Arte, invece si tesse un'amaca pneumatica ma siccome poi loro l'adoperano come una fionda a proiettili unani, dovrò appenderla più in alto, perché nessuno più arrivi ad entrarci, né a farsi fiondare e sfracellarsi. Così la povera Amaca Pneumatica non fu mai più veramente un'amaca: restò lassù sospesa tra due colonne rinascimentali, nel venerndo chiostro dell'Istituto, senza accogliere più corpi in sospensione, solo cavilli estetici d'interpretazione per il deambulo dei Professori. Poi la ex-amaca, che fine avrà fatto, dopo la fine dell'anno scolastico? Ma anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Con lo stesso sistema del telaio umano, e con le gomme delle biciclette, ho fatto poi tessere un paio di brache per il celebre David di Michelangelo. Dato che all'epoca, abitavo in Firenze, che è una città tanto ossessa dal David che te lo spaccia come posacenere. Onestamente, non ne dovrei parlare, perché si tratterebbe di un lavoro anonimo e di Arte Pubblica, nel suo senso migliore. Ciò non ostante, un prestigioso magazine (Cronaca Vera) mi dedicò, all'epoca due pagine, con la foto di me pieno di gomme, di fronte alla statua del David, e il titolone: "SPERIAMO NON LO ARRESTINO".
La Critica ottusa ritiene questo lavoro come un' opera fallita, perché in effetti non fu mai mai portata a termine ma soltanto tessuta parzialmente sulle pubbliche piazze di Firenze, approfittando di varie situazioni, variamente legali. Tanto meno, quest'opera incompiuta, fu mai indossata ancora dalla celebre statua del David. La Critica più acuta invece riconosce il valore autonomo di questa operazione, indipendentemente dall'opera finita, perché l'opera, in fondo é la via ("das Werk ist der Weg" o "der Werk ist das Weg" accidenti a Paul Klee): la Via comunque e non il Percorso, perché questo sarebbe tracciato in anticipo. I frammenti delle Brache per il David sono pure affidati in custodia al Segretario Politico del PCI.
EPITESTO
Tutto quanto precede fu scritto per il banale impulso di una giornalista, che aveva da fare un suo pezzo su qualche smemoranda eposizione di Arte Pneumatica, sponsorizzata anche da Pirelli. Sì: l'Arte Pneumatica che, lo ripeto ma modestamente, ho battezzato io con questo nome. So bene che il mio scritto qui di sopra può funzionare al massimo nei taglia-e-incolla da tesi di laurea e che invece, è davvero inadatto al fru-fru femminile del giornale in questione. Ma serenamente, mi sono esposto al massacro testuale, senza pretendere versioni integrali, per altro inaccettabili persino su Flash Art o su qualsiasi ogni altra rivista di sedicente arte, laddove ogni testo appartiene ai Critici mentre agli Artisti, nel migliore dei casi, appartengono soltanto le figure. Ho i miei motivi, saggiamente politici, per farmi saggiamente dilaniare oppure ignorare, come è assai più probabile.
Il motivo principale è che il neoprene è fotosensibile cioè si degrada alla luce del sole e pure a quella delle lampadine. Sì, il neoprene: è il derivato del petrolio che ora si usa per fare pneumatici, mentre l'antica gomma di caucciù, quelloche cola negli scodellini giù per gli alberi delle piantagioni, oggi la trovi più al massimo, nei preservativi o nella gomma da masticare. Perciò, ogni opera di arte pneumatica (a parte quella in preservativo, che anche di questa ne ho fatta però qui non c'entra) è destinata a distruggersi in tempi brevissimi, a meno che non stia nel buio del caveau di una banca, nell'attesa di un giudizio o esposizione universale o, forse meglio, di un'asta da Christies.
Nel frattempo, mi par giusto di fare circolare in qualche modo, anche sui settimanali femminili, questa piccola avventura. che è a mio giudizio, piuttosto banale... però è sempre meglio che niente. Come ci insegnano i Situazionisti: "quando una società distrugge la possibilità dell'avventura, resta una sola avventura possibile, che è la distruzione di quella società". Purtroppo, non avevano capito che certe società si distruggono da sole. E l'avventura è altrove, come è sempre, la vita. Buonasera, Rimbaud!
Non vanto affatto di avere inventato l'Arte Pneumatica. Ho solo dato un nome a quell'antica pratica di riciclare le gomme da ruota: per trasformarle in sandali, in secchie da pozzo, fioriere, balocchi e preservativi per vario bestiame. Be', si consenta qui un breve intermezzo polemico (o magari politico, per meglio dire). Se un ciabattino Africano trasforma in scarpa un vecchio copertone, si parlerà al massimo di "design miserabile". Se invece, a un Artista, gli riuscisse di fare lo stesso, apprezzeremmo subito il suo ardito gioco concettuale, tra locomozione meccanica e umana: la gomma che era suola per la ruota, oplà, che ti diventa un pneumatico da piede. Ciò sarebbe un sublime pensiero, mica basso artigianato... ma quello o quella che contemplò per primo il nido degli uccelli, o la ragnatela, e che poi, stravolgendo la loro struttura, fece esplodere dal nulla la prima tessitura, non era lui forse (o lei, non importa), un artista ispirato? Ci dicono no. E' un "no" che sostiene anche Pablo Picasso, con motivi fondati ma non tutti confessabili. Insomma Picasso ci dice : "non importa cosa faccia un artista, ci importa soprattutto, lui, chi è"... e non stiamo a riverire quei selvaggi, piuttosto copiamoli, se ci conviene.
Fine dell'intermezzo polemico e politico o filosofico, addirittura (chi voglia approfondire, può rivolgersi a "I Dialoghi di Porchione", disponibili in formato PDF).
Ora, attenzione: continua l'Artista! Che ci racconterà? Ci svelerà i segreti della sua creazione? Silenzio, ascoltatelo con reverenza! Se non arrivaste all'altezza di comprendere, la sola reverenza vi conforterà. Shhh!
>>> FOTO
I miei lavori di arte pneumatica non sono nati da un preventivo interesse per il materiale. Mi ero appena inventato il giunto di Ling, che è una parola d'incastro tra link e ring (in Inglese: legame ed anello). Questo Ling è come un nodo, che collega tra loro degli anelli flessibili, creando così delle reti tridimensionali: strutture topologiche, così si potrebbero dire. Certo, i pneumatici sono pure elastici e le officine te li regalano. Affettandoli come salami, si ottengono centinaia di anelli. E tutto a costo zero, col plusvalore di andare tra i meccanici a farsi regalare dei rifiuti, altrimenti soggetti all'imposta sul tossico.
Ho così realizzato una rete piramidale più alta di un metro, per quanto ogni misura sia qui sempre elastica e dunque difficile da precisare. Questa rete si comporta purtroppo, come un mollusco: non si regge in piedi da sé. Perciò le ho costruito un esoscheletro con certe canne in plastica per gli ortaggi rampicanti. Poi sono andato a trovare un amico, collezionista artistico di astruserie. Gli ho montato lì per lì la mia piramide, con grande effetto ma con scarso successo, perché lui non l'ha comprata. Peccato, perché quella fu davvero una performance irripetibile ma destinata all'oblio. Infatti, la rete piramidale poi trovò un altro mezzo per reggersi in piedi, mentre le canne tornavano all'orto, per farci rampicare i fagiolini.
L'evoluzione artistica della piramide, da allora, imbocca un'altra via. Mai più di esoscheletri rigidi ma invece: un endoscheletro pneumatico, concettualmente molto più pulito. Mai più di performance privato-commerciali ma invece: performance in pubblico e no-profit, che improvvisavo in zone autogestite, fra lazzaroni anarchici da Centro Sociale. Gli facevo gonfiare tanti palloncini, che poi ncastravamo ordinatamente, in ogni reticolo di tutta la rete. Procurata così l'erezione della piramide, la si lanciava in pista, addosso chi ballava. Così, senza sforzo, si creava un gioco di rimbalzi, lievemente più gentile del tradizionale ballo a spintoni. Poi va tutto sotto i tacchi degli anfibi, finché non scoppia l'ultimo dei palloncini. Sopravvive un informe groviglio di gomma, che però è sempre l'anima o la struttura della piramide, risuscitabile per un'altra performance (si accettano inviti retribuiti anche da scuole, discoteche e musei).
Con lil solito sistema dei nodi Ling, ho poi fatto una veste per donna di gomma, che misi addosso a una bambola gonfiabile: così ne esaltava la carica erotica. Con la bambola a cavallo della bici, partecipavo a Critical Mass. Concettualmente, era ineccepibile, perché la veste era in roba da bici. Al Museo del Tessuto di Prato, mi porto la bambola sopra le spalle, nascondendomi sotto come in un burqa. Allora il Direttore del Museo dapprincipio, non mi riconosce però dopo mi fa i suoi complimenti.
Ho collegato anche gomme intere, senza affettarle come dei salami: già il pneumatico è un anello di per sé, è un macro-anello, per così dire. Qui usavo solo le gomme da bici: perché sono più elastiche leggere di quelle da automobile, ma fino a un certo punto, come si dirà. A parte certi ambienti spregevoli, e un Goethe Institut Inter Nationes, ho infestato in tal modo anche la corte di un palazzo medievale. Naturalmente, fece un effetto orrido a tutti fanatici delle antichità. Però tutti entravano in quella ragnatela, si appoggiavano, la facevano vibrare. I bambini, entusiasti, collaudavano fino allo spasimo, la tenuta della tenso-struttura. E qui l'Artista gode come un ragno.
Poi siccome nella vita, sarei anche tessitore, ho infilato le gomme, come trama pneumatica, dentro l'ordito di un telaio a mano. Così nacque un kimono ciclistico: il famoso "Bikemono", tutto tessuto con lgomme scoppiate di bicicletta, oltre a un nastrino di trina bianca, per la bellezza della decorazione. La triennale del Kimono poi non lo ha voluto ammettere ma il suo unico difetto è che pesava venti chili. Non mi ancora riuscito a trovare un ciclista che lo voglia comprare, neppure in Giappone, dove i kimono avrebbero mercato. Sicché ho dovuto affidarlo in custodia al Segretario Politico del PCI (Partito Ciclista Italiano), perciò si capisce quanto è poco al sicuro. E anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Visto che ormai, mi ero rimesso a tessere, ho cercato di costringere le gomme a fare da ordito, oltre che solamente da trama pneumatica. Era quasi una sfida professionale, che richiedeva un telaio particolare. Proprio allora, per pura fortuna, ero stato invitato a insegnare, in qualche modo, la tessitura in un Istituto Statale d'Arte (dicesi ISA). Così utilizzo gli stessi studenti come fossero elementi di un telaio: questo è il cosiddetto "telaio umano", che certamente non ho inventato io né, certamente, una Paola Besana: già a me fu descritto come un'antichità negli anni '70 del secolo scorso:L'ho riproposto senza vergogna e che male c'è? Non c'è mica brevetti! Questo Telaio Umano, probabilmente, risale agli Egizi, altrimenti sarebbero inspiegabili i tessuti giganteschi rinvenuti, che gli Egizi tessevano, evidentemente, per vestire le statue degli dei. Anche questa è un antica abitudine (che, a mio modo ripresi, come in parte e più oltre, si vedrà).
Con gli studenti del mio Istituto d'Arte, invece si tesse un'amaca pneumatica ma siccome poi loro l'adoperano come una fionda a proiettili unani, dovrò appenderla più in alto, perché nessuno più arrivi ad entrarci, né a farsi fiondare e sfracellarsi. Così la povera Amaca Pneumatica non fu mai più veramente un'amaca: restò lassù sospesa tra due colonne rinascimentali, nel venerndo chiostro dell'Istituto, senza accogliere più corpi in sospensione, solo cavilli estetici d'interpretazione per il deambulo dei Professori. Poi la ex-amaca, che fine avrà fatto, dopo la fine dell'anno scolastico? Ma anche qui: pazienza... come poi si spiegherà, con l'impermanenza dell'arte pneumatica.
Con lo stesso sistema del telaio umano, e con le gomme delle biciclette, ho fatto poi tessere un paio di brache per il celebre David di Michelangelo. Dato che all'epoca, abitavo in Firenze, che è una città tanto ossessa dal David che te lo spaccia come posacenere. Onestamente, non ne dovrei parlare, perché si tratterebbe di un lavoro anonimo e di Arte Pubblica, nel suo senso migliore. Ciò non ostante, un prestigioso magazine (Cronaca Vera) mi dedicò, all'epoca due pagine, con la foto di me pieno di gomme, di fronte alla statua del David, e il titolone: "SPERIAMO NON LO ARRESTINO".
La Critica ottusa ritiene questo lavoro come un' opera fallita, perché in effetti non fu mai mai portata a termine ma soltanto tessuta parzialmente sulle pubbliche piazze di Firenze, approfittando di varie situazioni, variamente legali. Tanto meno, quest'opera incompiuta, fu mai indossata ancora dalla celebre statua del David. La Critica più acuta invece riconosce il valore autonomo di questa operazione, indipendentemente dall'opera finita, perché l'opera, in fondo é la via ("das Werk ist der Weg" o "der Werk ist das Weg" accidenti a Paul Klee): la Via comunque e non il Percorso, perché questo sarebbe tracciato in anticipo. I frammenti delle Brache per il David sono pure affidati in custodia al Segretario Politico del PCI.
EPITESTO
Tutto quanto precede fu scritto per il banale impulso di una giornalista, che aveva da fare un suo pezzo su qualche smemoranda eposizione di Arte Pneumatica, sponsorizzata anche da Pirelli. Sì: l'Arte Pneumatica che, lo ripeto ma modestamente, ho battezzato io con questo nome. So bene che il mio scritto qui di sopra può funzionare al massimo nei taglia-e-incolla da tesi di laurea e che invece, è davvero inadatto al fru-fru femminile del giornale in questione. Ma serenamente, mi sono esposto al massacro testuale, senza pretendere versioni integrali, per altro inaccettabili persino su Flash Art o su qualsiasi ogni altra rivista di sedicente arte, laddove ogni testo appartiene ai Critici mentre agli Artisti, nel migliore dei casi, appartengono soltanto le figure. Ho i miei motivi, saggiamente politici, per farmi saggiamente dilaniare oppure ignorare, come è assai più probabile.
Il motivo principale è che il neoprene è fotosensibile cioè si degrada alla luce del sole e pure a quella delle lampadine. Sì, il neoprene: è il derivato del petrolio che ora si usa per fare pneumatici, mentre l'antica gomma di caucciù, quelloche cola negli scodellini giù per gli alberi delle piantagioni, oggi la trovi più al massimo, nei preservativi o nella gomma da masticare. Perciò, ogni opera di arte pneumatica (a parte quella in preservativo, che anche di questa ne ho fatta però qui non c'entra) è destinata a distruggersi in tempi brevissimi, a meno che non stia nel buio del caveau di una banca, nell'attesa di un giudizio o esposizione universale o, forse meglio, di un'asta da Christies.
Nel frattempo, mi par giusto di fare circolare in qualche modo, anche sui settimanali femminili, questa piccola avventura. che è a mio giudizio, piuttosto banale... però è sempre meglio che niente. Come ci insegnano i Situazionisti: "quando una società distrugge la possibilità dell'avventura, resta una sola avventura possibile, che è la distruzione di quella società". Purtroppo, non avevano capito che certe società si distruggono da sole. E l'avventura è altrove, come è sempre, la vita. Buonasera, Rimbaud!
Sunday, May 04, 2008
Cop-Rici-Sedile

>>> SLIDE SHOW
Cop-Rici-Sedile sviluppa il concetto del tappeto Re-Jeans, che si destinava emblematicamente alla funzione di scendibagno, mirando ugualmente ad estendere l'influenza culturale del tappeto nell'area della vita quotidiana: dal bagno, alla sedia, all'automobile.
Il tappeto Re-Jeans era un tessuto piatto come una stuoia, fatto col classico telaio a pedali. Cop-Rici-Sedile invece, è tessuto in rilievo come un tappeto persiano, con l'identica tecnica dei nodi sull'ordito di un telaio verticale. Rispetto al tappeto classico, varia solo il materiale dei nodi, per i quali si riciclano vecchie stoffe lacerate: di jeans ma non solo.

Ammetto con orgoglio di essermi ispirato a un umile tappeto che
copriva la cassetta di una carrozzella di Marrakech: era già quello un copri-sedile, tessuto a mano annodando degli stracci. Ho variato soltanto la densità dei nodi, la trama di fondo e ma sì, anche il disegno.
Già il tappeto Re-Jeans, scendibagno in origine, assurge allo stato di opera d'arte nella prossima Triennale Internazionale di Tournai. Probabilmente, al Cop-Rici-Sedile, si prospetta un analoga valorizzazione.
Ma la Facoltà di Tessere non mira troppo al lucro, mira piuttosto al futuro dell'arte, che sta nella massima condivisione. Perciò si istituiscono due nuovi Corsi: per apprendere a tessere Re-Jeans e Cop-Rici-Sedile, con lo stesso materiale di stracci che ogni allievo recuperi.
Già il tappeto Re-Jeans, scendibagno in origine, assurge allo stato di opera d'arte nella prossima Triennale Internazionale di Tournai. Probabilmente, al Cop-Rici-Sedile, si prospetta un analoga valorizzazione.
Ma la Facoltà di Tessere non mira troppo al lucro, mira piuttosto al futuro dell'arte, che sta nella massima condivisione. Perciò si istituiscono due nuovi Corsi: per apprendere a tessere Re-Jeans e Cop-Rici-Sedile, con lo stesso materiale di stracci che ogni allievo recuperi.
Tuesday, March 18, 2008
Textilight 3
My third work of "textile light", in TessereArte exhibition, Agheiro Arte Contemporanea, Lavagna 2008. See also on:
my old website
Friday, December 14, 2007
Re-Jeans
Facoltà di Tessere a
Porchiano del Monte
http://porchiano.blogspot.com
Luciano Ghersi
R E - J E A N S
Tessuti a mano in jeans riciclato.
Sembrano quadri
ma sono molto meglio:
sono anche tappeti.
14 dicembre - ore 18
INAUGURAZIONE
Nuovo Studio Tessuti
via San Simeone 12
(di fronte alla ex sezione PCI)
Porchiano del Monte
(Amelia - Terni).
Ore 17 - 20, venerdì sabato e domenica, fino al 6 Gennaio 2008
o senza problemi su appuntamento.
Tel:
338 6762691
On line:
http://lucianoghersi.blogspot.com
Saturday, December 08, 2007
Re-jeans 3: il testo critico
Bellezze al bagno in jeans riciclato
auto-critica dello Scendibagno
I cultori dell'arte contemporanea sono disposti ad accogliere le sovversioni estetiche o concettuali. Non tutti sono aperti a sovversioni esistenziali. Vale comunque la pena di tentare. Dunque attiro la loro pregiata attenzione sui miei ultimi lavori, chiamati Re-jeans o Scendibagno. E' una proposta in apparenza umile ma che, in sostanza, è sovranamente perversa. Di fatto, il mio lavoro è un tappetino vero e proprio, che può installarsi in un vero e proprio bagno, perché è funzionale, lavabile eccetera. Nondimeno è un'autentica opera d'arte, tessuta a mano artisticamente da un artista vero e proprio, contemporaneo e storicizzato, ovvero da me stesso.
Per creare o fabbricare i miei Scendibagno, ho dovuto fare i conti con la trama ribelle dell'opera, che consiste in vecchie paia di jeans. Le ho prima lacerate e poi tessute, come negli umili tappeti di straccio: i cosiddetti pezzotti. In più nella mia tessitura, ho fatto rientrare i peculiari intoppi materici di questi pantaloni: rivetti, passanti, cuciture ribattute. Ho accantonato le cerniere lampo... che mi riservo per qualche altra opera.
Alla fine, ho pure accantonato ogni forma di ascendenza pittorica, sia geometrica che figurativa. Sono persuaso che l'arte tessile (come ad esempio, l'arte della musica) implichi forme e linguaggi propri, perfettamente autonomi, e differenti dalla pittura (e più affini alla danza, caso mai).
Così, trama facendo, senza neanche volerlo, mi sono rivolto a certe forme cinetiche della tessitura, forme che direi universali, perché si rintracciano (più o meno percepibili) pressoché ovunque: dal Copto archeologico al Kilim anatolico. Non ho definito queste forme "cinetiche" perché siano mobili: hanno anzi, da stare ben ferme... altrimenti il tessuto si disgrega!
Queste forme sono invece cinetiche logicamente, perché sono originate da fili in movimento. Forme cinetiche che, nel mio caso, sono tracciate da strisce discontinue, ricavate da jeans differenti, sia per colore che per consistenza. Mettendo in moto queste strisce eterogenee, invece dei soliti fili omogenei, non più si campiscono zone cromatiche né più si delineavano disegni precisi.
Putrroppo, il Critico ingenuo rintraccia influssi di simboli arcani persino nelle forme cinetiche della tessitura. Eppure Derrida ci ha insegnato che persino "il pensiero non vuole dire niente", ma tant'è, si ricercano ancora i significati come canditi dentro a un panettone, quando invece si ha di fronte a un pandoro (che come noto, è privo di canditi).
E siccome non vuol dire proprio niente neppure il presunto disegno di un mio Scendibagno, proprio qui, modestamente, si distilla il tormento (e l'estasi) di un lavoro alle prese con le forze segrete della creazione. Una creazione che direi estetica, per non subire il destino del giovane mozzo, personaggio di Melvile (Moby Dick, capitolo XCIII): "Aveva visto il piede di Dio sul telaio, e lo raccontava. Per questo i suoi compagni lo pigliavano per matto."
Naturalmente, uno Scendibagno, si può anche incorniciarlo, appenderlo ai muri di studio, salotto e museo... e persino riporlo con cura nel caveau di una banca, in attesa che acquisti il suo autentico valore commerciale, oltre che culturale. A parte queste installazioni e fruizioni, artisticamente normali, Scendibagno, è pure applicabile direttamente su qualsiasi tipo di suolo o di pavimento, di accampamento o di appartamento. Si può inserirlo persino in automobile.
Nondimeno, il concetto originale di queste opere, nella sua integrità, imporrebbe di installarle in un vero e proprio bagno. So benissimo che, normalmente, le opere d'arte non si tengono in bagno ma è un altro grave errore culturale, nel quale i cultori dell'arte contemporanea non dovrebbero incorrere, a scanso di vergogna ed abominio. Infatti, il bagno sarebbe l'unico spazio di meditazione che sia rimasto all'Homo Civilis o ne è, certamente, lo spazio più frequentato. Perché dunque privarsi della compagnia e del godimento di un'opera d'arte, nei nostri consueti soggiorni nel bagno?
In effetti, l'atmosfera dei bagni è decisamente umida e mal si concilia con le tele dipinte. Ci starebbero meglio delle sculture (non di bronzo perché, quando si ossida, ne scolano umori verdastri) ma non sempre c'è spazio, in un bagno, per una bella statua di marmo. Lo spazio disponibile invece, c'è sempre per un tappetino. E difatti, un tappeto nei bagni, ci sta quasi sempre... ma esso è raramente opera d'arte: è piuttosto dell'Ikea. Purtroppo, i normali tappeti d'arte non sopportano gli energici lavaggi che sono imposti da motivazioni igieniche.
Il bagno è sì, il luogo emblematico della pulizia ma è insieme anche il luogo del sudicio, dal quale ci si lava, e dove si fanno vari conti con il corpo, piuttosto indecenti. E' ritenuto impuro sopra tutto, anzi al di sotto di tutto, il pavimento del bagno, perché si crede che il microbo stia in terra, per quanto leggero ed aereo. E figurarsi dunque, in un bagno, quanto alto sia il rischio della contaminazione, pure estetica magari... ma isomma: con l'igiene non si scherza..
Solo un'opera d'arte che fosse realmente lavabile potrebbe accedere al territorio impurissimo, quale sarebbe un pavimento di bagno. Ma tale è appunto il caso di questi Scendibagno perché, tessuti in stoffa di jeans, sono robusti e lavabili ad alte temperature... e non si rovinano anzi, migliorano.
Ci sono opere d'arte che aspirano alla conservazione e ci sono altre opere che invece, si perfezionano nella degradazione, Ad esempio, un pregevole tappeto sarà più molto più bello se usato e invecchiato di quando era nuovo. in questo giudizio, interferisce senz'altro, il famigerato carisma dell'autenticità. Per il quale carisma, una bisaccia sforacchiata e bisunta, ma usata realmente di autentici nomadi, è più pregiata di un più raffinato ma nuovo esemplare.
Per quanto riguarda i miei Scendibagno, occorre anche piuttosto riferirsi alla peculiare estetica della tela jeans: è una tela accresce di pregio con l'uso, decolorandosi in varie sfumature. Da cui l'aberrazione commerciale di produrre pantaloni invecchiati artificialmente, con appositi processi di decolorazione, di abrasione e di lacerazione. Del resto, pure i tappeti d'arte, vanno soggetti ad analoghe e premeditate aggressioni...
Tornando ai cultori dell'arte contemporanea, il possesso di un tappeto Scendibagno gli offre una inconsueta procedura per contribuire alla storicizzazione (invecchiamento e autenticazione) di queste opere. Poi essi avranno l'ulteriore privilegio di non leggersi sul water uno stupido giornale: avranno lì davanti sul tappeto una fonte inesauribile di informazioni e di suggestioni, da approfondire quotidianamente.
Finalmente, nell'arte e nel bagno, anche il piede vuole la sua parte. In questi preziosi momenti, quando anche l'Homo Civilis è totalmente libero da ogni calzatura, i suoi piedi potranno assaporare le superfici riccamente materiche di Scendibagno, che oltre tutto, dà un benefico massaggio.
Per tutte le sue ottime ragioni e funzioni, Scendibagno è destinato introdurre nella storia delle arti una nuova e feconda tipologia: starà a fianco del ritatto, del sonetto, della commedia, della sinfonia... Per questo non intendo affatto brevettarlo. Sono anche disposto a insegnare come si fa. "Sono contento quando mi copiano. Questo vuol dire che ho delle buone idee." (Bruno Munari).
(Porchiano del Monte, XII 2007)
auto-critica dello Scendibagno
I cultori dell'arte contemporanea sono disposti ad accogliere le sovversioni estetiche o concettuali. Non tutti sono aperti a sovversioni esistenziali. Vale comunque la pena di tentare. Dunque attiro la loro pregiata attenzione sui miei ultimi lavori, chiamati Re-jeans o Scendibagno. E' una proposta in apparenza umile ma che, in sostanza, è sovranamente perversa. Di fatto, il mio lavoro è un tappetino vero e proprio, che può installarsi in un vero e proprio bagno, perché è funzionale, lavabile eccetera. Nondimeno è un'autentica opera d'arte, tessuta a mano artisticamente da un artista vero e proprio, contemporaneo e storicizzato, ovvero da me stesso.
Per creare o fabbricare i miei Scendibagno, ho dovuto fare i conti con la trama ribelle dell'opera, che consiste in vecchie paia di jeans. Le ho prima lacerate e poi tessute, come negli umili tappeti di straccio: i cosiddetti pezzotti. In più nella mia tessitura, ho fatto rientrare i peculiari intoppi materici di questi pantaloni: rivetti, passanti, cuciture ribattute. Ho accantonato le cerniere lampo... che mi riservo per qualche altra opera.
Alla fine, ho pure accantonato ogni forma di ascendenza pittorica, sia geometrica che figurativa. Sono persuaso che l'arte tessile (come ad esempio, l'arte della musica) implichi forme e linguaggi propri, perfettamente autonomi, e differenti dalla pittura (e più affini alla danza, caso mai).
Così, trama facendo, senza neanche volerlo, mi sono rivolto a certe forme cinetiche della tessitura, forme che direi universali, perché si rintracciano (più o meno percepibili) pressoché ovunque: dal Copto archeologico al Kilim anatolico. Non ho definito queste forme "cinetiche" perché siano mobili: hanno anzi, da stare ben ferme... altrimenti il tessuto si disgrega!
Queste forme sono invece cinetiche logicamente, perché sono originate da fili in movimento. Forme cinetiche che, nel mio caso, sono tracciate da strisce discontinue, ricavate da jeans differenti, sia per colore che per consistenza. Mettendo in moto queste strisce eterogenee, invece dei soliti fili omogenei, non più si campiscono zone cromatiche né più si delineavano disegni precisi.
Putrroppo, il Critico ingenuo rintraccia influssi di simboli arcani persino nelle forme cinetiche della tessitura. Eppure Derrida ci ha insegnato che persino "il pensiero non vuole dire niente", ma tant'è, si ricercano ancora i significati come canditi dentro a un panettone, quando invece si ha di fronte a un pandoro (che come noto, è privo di canditi).
E siccome non vuol dire proprio niente neppure il presunto disegno di un mio Scendibagno, proprio qui, modestamente, si distilla il tormento (e l'estasi) di un lavoro alle prese con le forze segrete della creazione. Una creazione che direi estetica, per non subire il destino del giovane mozzo, personaggio di Melvile (Moby Dick, capitolo XCIII): "Aveva visto il piede di Dio sul telaio, e lo raccontava. Per questo i suoi compagni lo pigliavano per matto."
Naturalmente, uno Scendibagno, si può anche incorniciarlo, appenderlo ai muri di studio, salotto e museo... e persino riporlo con cura nel caveau di una banca, in attesa che acquisti il suo autentico valore commerciale, oltre che culturale. A parte queste installazioni e fruizioni, artisticamente normali, Scendibagno, è pure applicabile direttamente su qualsiasi tipo di suolo o di pavimento, di accampamento o di appartamento. Si può inserirlo persino in automobile.
Nondimeno, il concetto originale di queste opere, nella sua integrità, imporrebbe di installarle in un vero e proprio bagno. So benissimo che, normalmente, le opere d'arte non si tengono in bagno ma è un altro grave errore culturale, nel quale i cultori dell'arte contemporanea non dovrebbero incorrere, a scanso di vergogna ed abominio. Infatti, il bagno sarebbe l'unico spazio di meditazione che sia rimasto all'Homo Civilis o ne è, certamente, lo spazio più frequentato. Perché dunque privarsi della compagnia e del godimento di un'opera d'arte, nei nostri consueti soggiorni nel bagno?
In effetti, l'atmosfera dei bagni è decisamente umida e mal si concilia con le tele dipinte. Ci starebbero meglio delle sculture (non di bronzo perché, quando si ossida, ne scolano umori verdastri) ma non sempre c'è spazio, in un bagno, per una bella statua di marmo. Lo spazio disponibile invece, c'è sempre per un tappetino. E difatti, un tappeto nei bagni, ci sta quasi sempre... ma esso è raramente opera d'arte: è piuttosto dell'Ikea. Purtroppo, i normali tappeti d'arte non sopportano gli energici lavaggi che sono imposti da motivazioni igieniche.
Il bagno è sì, il luogo emblematico della pulizia ma è insieme anche il luogo del sudicio, dal quale ci si lava, e dove si fanno vari conti con il corpo, piuttosto indecenti. E' ritenuto impuro sopra tutto, anzi al di sotto di tutto, il pavimento del bagno, perché si crede che il microbo stia in terra, per quanto leggero ed aereo. E figurarsi dunque, in un bagno, quanto alto sia il rischio della contaminazione, pure estetica magari... ma isomma: con l'igiene non si scherza..
Solo un'opera d'arte che fosse realmente lavabile potrebbe accedere al territorio impurissimo, quale sarebbe un pavimento di bagno. Ma tale è appunto il caso di questi Scendibagno perché, tessuti in stoffa di jeans, sono robusti e lavabili ad alte temperature... e non si rovinano anzi, migliorano.
Ci sono opere d'arte che aspirano alla conservazione e ci sono altre opere che invece, si perfezionano nella degradazione, Ad esempio, un pregevole tappeto sarà più molto più bello se usato e invecchiato di quando era nuovo. in questo giudizio, interferisce senz'altro, il famigerato carisma dell'autenticità. Per il quale carisma, una bisaccia sforacchiata e bisunta, ma usata realmente di autentici nomadi, è più pregiata di un più raffinato ma nuovo esemplare.
Per quanto riguarda i miei Scendibagno, occorre anche piuttosto riferirsi alla peculiare estetica della tela jeans: è una tela accresce di pregio con l'uso, decolorandosi in varie sfumature. Da cui l'aberrazione commerciale di produrre pantaloni invecchiati artificialmente, con appositi processi di decolorazione, di abrasione e di lacerazione. Del resto, pure i tappeti d'arte, vanno soggetti ad analoghe e premeditate aggressioni...
Tornando ai cultori dell'arte contemporanea, il possesso di un tappeto Scendibagno gli offre una inconsueta procedura per contribuire alla storicizzazione (invecchiamento e autenticazione) di queste opere. Poi essi avranno l'ulteriore privilegio di non leggersi sul water uno stupido giornale: avranno lì davanti sul tappeto una fonte inesauribile di informazioni e di suggestioni, da approfondire quotidianamente.
Finalmente, nell'arte e nel bagno, anche il piede vuole la sua parte. In questi preziosi momenti, quando anche l'Homo Civilis è totalmente libero da ogni calzatura, i suoi piedi potranno assaporare le superfici riccamente materiche di Scendibagno, che oltre tutto, dà un benefico massaggio.
Per tutte le sue ottime ragioni e funzioni, Scendibagno è destinato introdurre nella storia delle arti una nuova e feconda tipologia: starà a fianco del ritatto, del sonetto, della commedia, della sinfonia... Per questo non intendo affatto brevettarlo. Sono anche disposto a insegnare come si fa. "Sono contento quando mi copiano. Questo vuol dire che ho delle buone idee." (Bruno Munari).
(Porchiano del Monte, XII 2007)
Friday, August 24, 2007
2 tappeti e 1 kimono
Tuesday, July 31, 2007
Arte Tessile ambulante
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E' saltato fuori un video girato nel 2003 al Museo del Tessuto di Prato, all'inaugurazione di:"Artists at work - Nuove tecnologie nel tessile e nella fibre art" e della XII Conferenza di European Textile Network "New technologies and materials".
Il video documenta l'evento collaterale FREE FIBER, che
"adeguandosi all'inclusione delle arti tessili nel territorio delle belle arti, vuole estendere al settore fibr-artistico la tradizione degli artisti ambulanti nei pressi di Biennali Veneziane ed eventi consimili".
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Come opere intruse nella sede prestigiosa, FREE FIBER presentava:
Vestito di Giornali di Ivano Vitali e
Veste per Donna di Gomma del sottoscritto.
Per comprendere meglio il contesto, ci si può riferire al report di Giulia Nochers su Tessimilia: Prato Fiber Art.
Sunday, May 20, 2007
Monday, February 12, 2007
Neo-tappeti neo-tribali
Ho appena finito di tessere il tappeto annodato "Biciclette" su un telaio neo-tribale ricavato una rete di letto a 2 piazze.
E' un tappeto sperimentale perché i nodi sono fatti con strisce ottenute lacerando varie stoffe di recupero. In questo, mi sono ispirato a una tecnica tradizionale dei tappeti poveri.
Tra i vari disegni formati dai nodi, si aggirano diverse biciclette, che danno il nome a questo tappeto.
Qui nel video, mi trovo nel laboratorio di tessitura a mano e arti tessimili "Tessere Liberi" e sto cimando il tappeto, cioè sto pareggiando i nodi che sporgono.
Qui nel secondo video, ci troviamo per le scale del CPA FI-Sud, dove ho installato il tappeto "Biciclette", sempre dentro al suo telaio, accanto al mio altro tappeto "Porchiano", annodando con dei fili in lana della Sardegna. Così parte il workshop di tessitura "Neo-tappeti neo-tribali": infatti c'è anche un altro telaio, per principianti, cioè ricavato una rete di letto a una piazza sola. Qui Zino è alle prese col suo primo tappeto. Accanto a lui c'è Laura, con la quale poi allestiremo ancora un altro telaio.
E' un tappeto sperimentale perché i nodi sono fatti con strisce ottenute lacerando varie stoffe di recupero. In questo, mi sono ispirato a una tecnica tradizionale dei tappeti poveri.
Tra i vari disegni formati dai nodi, si aggirano diverse biciclette, che danno il nome a questo tappeto.
Qui nel video, mi trovo nel laboratorio di tessitura a mano e arti tessimili "Tessere Liberi" e sto cimando il tappeto, cioè sto pareggiando i nodi che sporgono.
Qui nel secondo video, ci troviamo per le scale del CPA FI-Sud, dove ho installato il tappeto "Biciclette", sempre dentro al suo telaio, accanto al mio altro tappeto "Porchiano", annodando con dei fili in lana della Sardegna. Così parte il workshop di tessitura "Neo-tappeti neo-tribali": infatti c'è anche un altro telaio, per principianti, cioè ricavato una rete di letto a una piazza sola. Qui Zino è alle prese col suo primo tappeto. Accanto a lui c'è Laura, con la quale poi allestiremo ancora un altro telaio.
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